L’inadeguatezza del manifesto di Calenda

L’inadeguatezza del manifesto di Calenda

di Francesco Ruggeri

Ci siamo. Se ne era parlato tanto. Dopo essere stato proposto da vari intellettuali nostrani, un manifesto per le elezioni europee che unisca le forze progressiste contro le orde dei “nuovi barbari”, come le ha chiamate Corrado Augias, è stato presentato da Carlo Calenda il 21 Gennaio. Il nome del manifesto è: “Siamo Europei” un “Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni europee”.

La dichiarazioni d’intenti è seguita da una veloce analisi della situazione politica ed economica dell’Italia e dell’Europa tra cui spicca:

“…L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente. La velocità del cambiamento innescato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, e parallelamente gli scarsi investimenti in capitale umano e sociale – che avrebbero dovuto ricomporre le lacerazioni tra progresso e società, tra tecnica e uomo – hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. Ciò ha scosso profondamente la fiducia dei cittadini nel futuro. L’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo ha messo in crisi l’idea di società aperta. La convergenza tra queste turbolente correnti della storia ha minato la fiducia di una parte dei cittadini nelle istituzioni e nei valori delle democrazie liberali.”

Analisi condivisibile sotto più di un aspetto, che dimostra una certa sensibilità nel comprendere i meccanismi che stanno portando ad una disaffezione dei cittadini nelle istituzioni democratiche e più in generale nella società liberale.

Peccato che andando ad analizzare più approfonditamente i contenuti ideologici e tecnici del manifesto, ci rendiamo conto come esso non sia altro che l’ennesimo tentativo di raggruppare delle forze politiche, differenti tra loro, con il solo scopo di raggiungere un risultato elettorale che non le veda affondare.

Appare subito chiaro che la materia con il quale è stato costruito questo manifesto è composta da idee inadeguate e stantie: non sono altro infatti che le stesse idee causa della situazione che il manifesto vorrebbe risolvere e in quanto tali non propongono nessun elemento di reale rottura con l’attuale status quo, responsabile della situazione in cui l’Europa si trova

Il punto tre parte con “meno deficit più bilancio Europeo” e recita:

La capacità di indebitamento non dipende dai limiti europei ma all’entità del debito dei singoli Stati membri. Possiamo ignorare le regole ma non per questo troveremo chi ci presta soldi per finanziare deficit insostenibili. Tuttavia nei prossimi anni il livello degli investimenti dovrà aumentare in modo significativo e lo strumento fondamentale non potrà che essere il bilancio europeo. Oggi quasi l’80% del budget UE proviene da contributi degli Stati membri. Deve invece essere costituito da risorse proprie per finanziare welfare, investimenti, ricerca e formazione.”

Vale la pena soffermarsi su alcune delle affermazioni di questo punto poiché, a mio avviso, con esse possiamo capire quali sono i veri problemi ideologici e programmatici dell’attuale classe politica europea.

La prima frase del punto tre ci ricorda che la capacità d’indebitamento dei singoli paesi della zona Euro non dipende dai limiti sanciti dal trattato di Maastricht, ma dal livello di debito accumulato dai singoli paesi: se si ha un debito elevato, si possono anche ignorare i parametri, come segue il punto tre, ma non per questo si troverà qualcuno disposto a prestare denaro per finanziare le spese in eccesso. Queste affermazioni si basano su una precisa ideologia che accomuna gli stati a cittadini privati, a “buoni padri di famiglia” come direbbe qualcuno, secondo cui gli stati non possono indebitarsi all’infinito vivendo sopra le proprie possibilità.

Tuttavia queste affermazioni devono fare i conti con una serie di avvenimenti accaduti negli ultimi anni che hanno posto i bilanci degli stati occidentali sotto una luce diversa.

Dalla crisi finanziaria, infatti, le banche centrali dei paesi più sviluppati hanno lanciato una serie di politiche monetarie “non convenzionali”, che hanno cambiato la percezione che molti addetti ai lavori avevano sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.

Con il lancio del QE le banche centrali hanno cominciato ad acquistare i titoli di stato dei rispettivi Paesi sui mercati secondari in modo massiccio.

Gli acquisti di titoli di stato giapponesi da parte della BoJ (Bank of Japan) sono aumentati vertiginosamente fino a raggiungere in percentuale più del 50% del totale.

E allo stesso tempo il tasso d’interesse sui titoli Giapponesi è sceso gradualmente fino ad a raggiungere territori negativi.

Intervistato dalla testa CNBC, Doug Peebles, chief investment officer di AB Fixed income, quasi un anno fa si è espresso così: “The yield curve control policy puts a fix on the price…They own 80 percent of the [10-year government bond] market, so what’s the point of trading?”. Che tradotto significa: La politica sul controllo della curva dei rendimenti (della BoJ nda) mantiene il prezzo fisso, la BoJ detiene l’ottanta percento dei titoli con scadenza decennale, perciò non ha senso entrare nel mercato.

Quello che Doug Peebles ci sta dicendo è molto semplice: gli investitori sarebbero interessati a comprare titoli di stato Giapponesi, anche se il debito pubblico nipponico ha raggiunto livelli considerati “insostenibili” da molti economisti o se paragonato ai limiti imposti dai trattati europei, tuttavia la politica monetaria di massicci acquisti di titoli di stato della banca centrale impone un tasso d’interesse molto basso, ciò lascia poco spazio di manovra per gli investitori.

Come ha spiegato al Sole24ore uno dei dirigenti del gruppo Kairos:“Il Qe del Giappone non ha limiti quantitativi e viene attuato per mantenere il livello dei tassi a livello desiderato, cioè 0 per la scadenza a 10 anni. In sostanza, la BoJ fa una manutenzione della curva del debito comprando sul secondario titoli per un controvalore molto vicino al deficit annuo, 6-7% del Pil. In questo caso il Qe alla giapponese può essere accostato al concetto di monetizzazione”.

Il punto fondamentale che queste dichiarazioni mettono in luce è il seguente: un paese finanziariamente sviluppato, che abbia una banca centrale pronta ad acquistare i titoli di stato del paese in questione, non ha problemi di sostenibilità delle proprie finanze. Quello che il Giappone, ma anche la Banca Centrale Europea con il QE, sta insegnando al mondo è proprio che, anche con un livello di debito pubblico elevato, si possono ancora avere tassi d’interesse bassi ed investitori volenterosi di acquistare titoli. Ciò che rende sostenibile un debito pubblico, a differenza dei debiti privati, è la presenza o meno di una banca centrale che sia coordinata con il governo.

Questa è, ad oggi, la maggiore debolezza istituzionale della zona Euro: la creazione di una banca centrale slegata dai singoli governi, che non ha come priorità quella di garantire il debito pubblico dei singoli paesi, rende automaticamente tutti gli stati della zona euro a rischio default.

Il programma di acquisto di titoli da parte della BCE ha risolto, non definitivamente, questa debolezza. Più che riuscire a stimolare l’economia, infatti, gli interventi della Banca Centrale Europea hanno mostrato al mondo quanto sia importante per un singolo governo avere una banca centrale che possa intervenire sui mercati per sostenerne il debito pubblico.

Tuttavia l’inclusione dei vari paesi nel programma di acquisto di titoli è stata legata alla ferrea applicazione dei parametri europei e alla convergenza di medio periodo verso il pareggio di bilancio. L’aumento dello spread che ha interessato l’Italia dall’insediamento del nuovo esecutivo è stato dovuto in parte alle posizioni dichiaratamente euroscettiche, almeno prima delle elezioni, dei due partiti formanti il governo, ma anche alla volontà dell’esecutivo di deviare, seppur timidamente, dalla convergenza verso il pareggio di bilancio. Tali posizioni comprometterebbero, in caso di rifiuto da parte della commissione europea della legge di bilancio e di downgrade del nostro debito pubblico a livello “junk”, gli acquisti dei nostri titoli di stato e l’implicita garanzia data dalla BCE sul nostro debito pubblico. In un contesto del genere la capacità di sostegno al settore finanziario del governo viene molto ridimensionata e allo stesso tempo i titoli di stato detenuti nei conti degli istituti finanziari non rappresentano più un asset primario da utilizzare come collaterale per ottenere liquidità. La possibilità di uno scenario del genere spinge gli acquirenti di titoli di stato a spostarsi su altre attività finanziarie ritenute più solide, con il conseguente aumento degli spread.

Collegare gli interventi della banca centrale in sostegno delle passività dei paesi membri alla convergenza verso i parametri europei, risulta inadeguato visti gli alti livelli di sotto utilizzazione delle risorse e il taglio delle stime di crescita globale. Correggere questo elemento di fragilità è essenziale per la sopravvivenza dell’Euro.

Il punto tre prosegue parlando della necessità di un aumento degli investimenti europei: ad oggi, come riportato nel manifesto, circa l’80% del budget europeo è composto da trasferimenti dagli stati membri; dovrebbe, invece, essere finanziato con fondi dell’Unione Europea.

Per quanto l’idea di aumentare gli investimenti sia esattamente quello di cui c’è bisogno, non è chiaro in che modo debbano essere finanziati.

L’implementazione di una qualche forma di tassa europea non sembra di facile e rapida attuazione, almeno nel breve periodo. Le altre forme di finanziamento resterebbero quelle di emissioni di “Eurobond” da collocare sul mercato o il finanziamento diretto da parte delle Banca Centrale Europea tramite emissione di nuova moneta. Entrambe le soluzioni sarebbero congeniali, poiché aumenterebbero le risorse finanziarie nel settore privato, che continua ad essere alla ricerca di attività finanziarie da poter spendere e risparmiare, ma non sembrano realizzabili se guardiamo alle basi istituzionali e ideologiche dell’Unione Monetaria.

La BCE nasce con il presupposto di non finanziare le spese degli stati membri per non aumentare l’inflazione e per limitare aumenti di spesa per fini elettorali: difficilmente quindi potrà cambiare il suo statuto per finanziare direttamente il bilancio europeo.

La creazione di Eurobond è un’idea vecchia, essa non solo permetterebbe l’indipendenza del bilancio europeo dai trasferimenti dei singoli stati membri, ma contribuirebbe alla creazione di un mercato finanziario europeo completamente integrato con una attività finanziaria di riferimento invece di tante singole attività per quanti sono i paesi aderenti alla moneta unica. Tuttavia l’idea di un Eurobond ha sempre incontrato ostilità da parte dei paesi del blocco centrale, prima tra tutti la Germania.

L’Italia, e l’Europa tutta, soffrono di un cronico problema di domanda, come ha affermato in più di un’occasione Mario Draghi. Questa situazione deriva principalmente da una bassa capacità di spesa delle famiglie, con un impatto diretto sul fatturato delle imprese.

Il motivo per il quale la spesa delle famiglie è bassa deriva dal fatto che il loro risparmio effettivo è al disotto di quello desiderato: chi ha un reddito in questo momento decide di risparmiarlo invece che spenderlo. La dinamica della domanda aggregata dipende in modo cruciale dalla relazione tra domanda di attività finanziarie da accumulare come risparmi e domanda di credito per finanziare spese aggiuntive; quando è maggiore la domanda di attività finanziarie il risparmio è alto e la domanda cala.

Come fare allora per far raggiungere alla famiglie il livello di risparmio desiderato in modo da far ripartire le spese? La risposta a questa domanda si trova nella natura delle attività finanziarie che vengono solitamente accumulate come risparmi: depositi bancari, titoli di stato, certificati di credito, contante, ecc. non sono altro che passività, cioè debito, emesse da qualche agente economico che vengono detenute come credito da un secondo agente; i depositi sono una passività delle banche ma un’attività delle famiglie che li detengono, il contante o i titoli di stato sono passività del governo ma attività del settore privato. Per ogni euro risparmiato in più nell’economia deve necessariamente esserci un euro in più di debito emesso da un secondo soggetto che abbia deciso di spendere più di quanto guadagni. Non si può fuggire da questa relazione.

Per far arrivare il risparmio a livello desiderato e far ripartire le spese delle famiglie l’Europa ha bisogno di maggiore, non minore, debito.

La BCE ha cercato di perseguire questo obiettivo con le sue politiche monetarie: la diminuzione dei tassi d’interesse avrebbe dovuto aumentare il credito bancario, cioè il debito di qualche soggetto economico, stimolando così la domanda aggregata; quando il credito bancario non è aumentato nel modo desiderato la BCE ha provato con la svalutazione del cambio, cercando di far ricadere l’onere dell’indebitamento su paesi stranieri. Ma anche questa soluzione non ha centrato l’obiettivo.

L’unica soluzione rimasta sarebbe quella di far aumentare la spesa dei governi della zona euro, così da permettere alle famiglie di raggiungere il livello di risparmio desiderato e riattivare il circolo virtuoso della spesa privata. Questa soluzione potrebbe essere attuata permettendo maggiori disavanzi ai governi e permettendo l’intervento della BCE se dovessero esserci problemi nel collocamento dei titoli di stato sul mercato. Una tale politica avrebbe un impatto diretto sull’occupazione, sui redditi da lavoro e sul fatturato delle imprese; non contando il cambiamento di percezione che i cittadini avrebbero dell’Unione Europea.

Ogni manifesto che voglia cercare di salvare l’Europa dovrebbe concentrarsi nel risolvere queste criticità, smettendola di perseguire una ideologia dei conti di bilancio che si è dimostrata quantomeno inadeguata nel risolvere la crisi che stiamo affrontando.

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Qualche riferimento:

https://www.cnbc.com/2018/04/09/something-strange-is-happening-with-japans-bond-market-hardly-anyone-is-trading-it.html

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-06-21/monetizzare-e-cancellare-debito-paesi-che-fanno-e-come-funziona-172411_PRV.shtml?uuid=AE5ZfLAF&fbclid=IwAR01054UASZ2BtviFmZyZ9Sf03JBuie_X-iCd73EVKsG6-bxfKjyDBGSAks

https://www.japanmacroadvisors.com/page/category/economic-indicators/financial-markets/jgbs-held-by-boj/

https://www.ft.com/content/d2793ddc-b1d0-11e8-99ca-68cf89602132

https://www.ft.com/content/e37c8152-63e7-11e8-a39d-4df188287fff

A. Terzi, “A T-shirt model of savings, debt, and private spending: lessons for the euro area,” European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, Vol. 13, No. 1, 2016, 39–56, 2016

Sanità privata, sanità malata

Sanità privata, sanità malata

di Anonimo

Tra le tante cose di cui non si parla in questo congresso senza dibattito c’è la sanità e la sua privatizzazione strisciante.
Come denunciato da molte indagini e approfondimenti, il costante taglio ai fondi e il mancato turn over del personale sta portando via via il sistema non solo ad integrare i propri servizi con la sanità privata, ma addirittura a considerare il privato cosìdetto “convenzionato” il perno di tutto il sistema.
Tra i tanti esempi di questo processo il caso dell’Ospedale Gemelli a Roma, grande polo sanitario privato cattolico, che recentemente è stato promosso a HUB di alcuni servizi sanitari dalla Regione Lazio facendo retrocedere le strutture pubbliche nella medesima area.
I fenomeni di “privatizzazione strisciante” sono molti ma ormai da anni il meccanismo principale è quello della convenzione dove il servizio sanitario paga la prestazione effettuata dall’utente presso le strutture private appunto in base ad una convenzione.
Ma cosa succede quando la prestazione non è gratuita per l’utente del servizio sanitario nazionale? Per dirla più semplicemente, cosa succede quando bisogna pagare il “ticket”?
Si verifica un fenomeno incredibile di cui ad oggi nessuno parla e che merita di essere denunciato.
Quando l’utente si presenta alla struttura convenzionata può accadere che i privati offrano la stessa prestazione a un prezzo inferiore a quello previsto dal ticket. Ottimo direte voi, meno costi. Ma è una truffa perchè il sistema pubblico a cui normalmente ci si riferisce organizza le prenotazione e distribuisce le prestazioni. Quando l’utente arriva all’ospedale privato invece che pagare il ticket pubblico l’utente si serve direttamente dal privato che invece che dividere gli introiti con il pubblico incassa tutto per sè.
Questo meccanismo perverso comporta che il privato sia incentivato ad abbattere i costi ovviamente intervendo sugli stipendi e sulla qualità del servizio per poter incassare il prezzo dell’intera prestazione e non solo la percentuale prevista dal servizio sanitario nazionale.
Questo processo già in atto porterà, mano a mano, allo smantellamento del pubblico fino a quando qualcuno dirà “ma perchè continuare a pagare strutture pubbliche se ci sono le private?”.
Le conseguenze di questo processo potrebbero essere irrimediabili e la differenza che già oggi c’è nei servizi (ad esempio tra il sud e il nord, ma anche tra zone depresse e zone ricche del Paese) rischierà di divenire incolmabile.
Questa situazione va denunciata con forza: è necessario ascoltare e dare voce alle proteste di migliaia di medici in tutta Italia e affrontare il problema invece che metterlo sotto il tappeto come nel Lazio e in tante altre Regioni d’Italia.
Il fulcro del servizio sanitario nazionale, come è ovvio che sia, deve essere la struttura pubblica con i dipendenti e i medici assunti dal pubblico. Il tutto deve essere diretto come un servizio pubblico e non come un’attività imprenditoriale.
Partendo dalla denuncia di questa concorrenza al ribasso si può costruire una nuova visione della sanità che torni ad investire, ad assumere e non a tagliare o “privatizzare”.
Se non difendiamo la sanità e la previdenza pubblica non difendiamo la nostra democrazia e la nostra Costituzione.
Ripartiamo da qui.

Dei perniciosi effetti di un’abdicazione

Dei perniciosi effetti di un’abdicazione

di Anonimo

I. Le straordinarie avventure del Barone di MünchhauSASEn

Ci perdonerà chi legge, se abbiamo volutamente storpiato il nome del nobiluomo tedesco, di cui è proverbiale la fantasia nel narrare le sue inverosimili gesta, per narrare qualcos’altro, che dovrebbe essere altrettanto inverosimile ed invece è puntuale verità.
 
La SASE è la società che gestisce l’Aeroporto Internazionale dell’Umbria, che porta l’impegnativo nome di “San Francesco di Assisi”. La società è in buona parte di proprietà della società pubblica Sviluppumbria (partecipata al 92% dalla Regione Umbria), del Comune di Perugia e della Camera di Commercio, ed è quindi una società pubblica a tutti gli effetti.
 
Rinnovato nel 2011, l’aeroporto non è mai riuscito a “decollare”. Forse perché sono in diminuzione, negli ultimi anni, gli aerei che vi atterrano. Per un aeroporto pare sia un problema.
 
Ciò è dovuto anche ad alcune scelte singolari della società di gestione, tipo quella di versare, nel 2017, la bellezza di 500.000 euro ad una compagnia aerea maltese, Fly Volare con la costola locale Fly Marche, purché impiantasse alcuni voli da e per l’Umbria.
 
La stranezza di questa scelta è dovuta a due elementi. Il primo è che la compagnia aerea non aveva una certificazione ed una licenza di operatore aereo rilasciata dall’ENAC (l’autorità italiana di regolamentazione tecnica).
Il secondo elemento è che la SASE (compagnia che riceve parecchi finanziamenti dagli azionisti e che recentemente ha anche chiesto che le venisse destinata una quota degli introiti derivanti dalla tassa di soggiorno di alcuni Comuni “che beneficerebbero dei flussi aeroportuali”) non aveva controllato che le carte fossero a posto.
 
Nel 2017 – guarda un po’ – il patron di Fly Volare è stato arrestato con accuse di bancarotta fraudolenta e riciclaggio legate ad altre vicende.
 
Altrettanto sorprendentemente, dei 500.000 euro versati come caparra ne manca all’appello ancora la metà.
 
A proposito di caparra, preme rilevare come per resuscitare il morto, cioè infrastrutture che stentano a raggiungere la soglia critica di sostenibilità e di ragion stessa d’essere, si sia oramai rovesciato il mondo della logica: non è più la compagnia aerea che paga l’utilizzo dei servizi aeroportuali, ma il contrario.
Un po’ come se chiunque di noi prendendo l’autostrada, invece che dover pagare il pedaggio, ricevesse dei soldi.
Magari.
 

In tutta questa vicenda, alla quale pare sia interessata anche la Corte dei Conti per una ipotesi di danno erariale, riecheggia il silenzio delle istituzioni regionali e degli altri azionisti.

 

II. Uscire dalle sabbie mobili afferrandosi per i capelli

 

Ad inizio 2018 l’ineffabile amministratore della SASE, oltre a sorvolare sulla questione dei 250.000 euro ancora mancanti, ha annunciato accordi con la compagnia aerea rumena Cobrex, la quale, bontà sua, non chiede soldi, ma si dice disposta a collegare Perugia e l’Umbria con il resto del mondo e a portare torme di pellegrini sulle orme del Santo patrono di Assisi.
 
Tralasciando le inevitabili battute di stampo fantozziano, ci limitiamo a riportare l’ovvio: nessun accordo è stato stipulato, nessun aereo in più atterra o decolla dal San Francesco per la rabbia degli esercenti dei negozi presenti (che pagano per stare lì) e lo scoramento dei potenziali passeggeri.
 

Altrettanto ovvia è l’inerzia delle istituzioni regionali e degli azionisti (ed ovviamente del Partito Democratico dell’Umbria che governa la Regione, visto lo stato di liquefazione in cui versa da ben prima del 4 marzo), ai quali evidentemente va bene che la SASE si comporti come un giocatore compulsivo che rilancia sempre, anche quando le mani perse aumentano, e non come un sano e prudente gestore dei soldi pubblici.

 

III. La palla di cannone

 

L’eventuale vergogna, se mai vi è stata, da parte dei dirigenti della società e della Regione non deve essere durato molto a lungo visto che il “pacco” di Natale della SASE che è giunto non sulla slitta di babbo natale, ma a cavalcioni di una grossa palla di cannone.
Ecco infatti il mirabolante annuncio che nelle prossime settimane Perugia diventerà la casa di una mega accademia del volo, della quale si ignora persino il nome, il cui costo ammonterebbe alla bellezza di 70 milioni di euro, che scritto per esteso forse fa più effetto: 70.000.000,00 di euro.
Forse ancora abbioccati dagli eccessi del cenone natalizio, o forse proprio rimasti a corto di parole dopo che Ryanair ha annunciato in Settembre la diminuzione delle rotte da e per Perugia, per il momento stanno tacendo anche le poche voci che si erano fatte sentire nelle precedenti puntate: un consigliere regionale di minoranza ed uno di maggioranza (quest’ultimo è Giacomo Leonelli ex Segretario regionale del PD umbro, dimessosi spontaneamente dopo il 4 marzo a seguito della disfatta elettorale sia del Partito, sia sua personale in quanto candidato miseramente sconfitto in un ex feudo rosso, quello di Perugia/Trasimeno). 
 
Questa vicenda l’abbiamo raccontata per fare alcune riflessioni su quali effetti negativi possa provocare la scomparsa del Partito quale corpo intermedio sostanziale e non meramente nominale.
L’assenza di una voce in più, non solo cinghia di congiunzione ma anche dialettica rispetto alle scelte od alle inerzie delle Istituzioni, si fa sentire.
La presenza nel territorio e nella carne viva dei luoghi di lavoro di un Partito ha il fine di presentare istanze, proposte, domande alle istituzioni, far emergere contraddizioni se ve ne sono, controllare la coerenza tra quanto viene fatto e quanto ritenuto necessario.
Ora questa presenza non c’è, e non posso non pensare a quale sarebbe stato il dibattito – vivace e forse anche aspro, ma necessario – se vi fosse stato un Partito Democratico vitale, anche nelle sue articolazioni periferiche; se un ipotetico circolo PD “Aeroporto dell’Umbria” avesse avuto i lavoratori iscritti ed avesse rotto il muro del silenzio sulle scelte manageriali; se il PD di Assisi o Bastia Umbria (città contigue geograficamente) avessero chiamato gli amministratori regionali o delle società interessate a spiegare le scelte fatte con le risorse della collettività e, magari, a spiegare a chi ha perso di vista la quotidianità quali sono le conseguenze di tali scelte, sotto il profilo politico e del consenso.
 
Insomma non posso non pensare ai perniciosi effetti dell’abdicazione del Partito al proprio ruolo nella società e nelle istituzioni.

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Nota degli admin di Reset: I fatti riportato sono tutti verificabili su numerosi articoli che potete facilmente trovare in rete. Per quanto riguarda i fatti più recenti, qui sotto trovate i link a una serie di articoli che parlano della vicenda.

http://www.umbria24.it/economia/settanta-milioni-unaccademia-internazionale-volo-perugia

https://tuttoggi.info/babbo-natale-sase-consegna-il-regalone-sotto-lalbero-una-accademia-del-volo/493696/

https://www.perugiatoday.it/politica/aeroporto-perugia-consiglio-regionale-mozione.html

Il nostro programma

Il nostro programma

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Introduzione

Crediamo nel Partito Democratico. Riteniamo che le motivazioni profonde che hanno determinato la nascita del nostro Partito siano ancora tutte valide. L’Italia ha ancora bisogno del Partito Democratico, ha ancora bisogno di una casa larga ed accogliente per chiunque ritenga che le idee di giustizia sociale e gli obiettivi che la nostra Costituzione affida alla Repubblica debbano essere la bussola di una forza politica. In questo credere nel passato e nel futuro del partito nasce la nostra candidatura, partita dal basso, da militanti che nelle retrovie e nelle sezioni di tutto il Paese hanno sognato un futuro migliore. Abbiamo sostenuto e criticato i nostri Segretari sempre in maniera costruttiva, democratica e leale. Oggi però vediamo il nostro impegno tradito e il nostro sogno sfumare. Non possiamo più essere ciechi di fronte alle degenerazioni ed alle difficoltà di questi anni, spesso mai affrontante, ancor più spesso utilizzate per scelte opportunistiche e di mera sopravvivenza personale. Il Partito ha bisogno di ritornare agli ideali che hanno portato alla sua nascita, ampliati e modificati alla luce di un’analisi dei cambiamenti politici e sociali in atto. Per rispondere a questi cambiamenti abbiamo bisogno di una nuova forma di Partito. Per questo proponiamo una radicale modifica dello Statuto e della linea del Partito Democratico da sottoporre al voto degli iscritti entro il 2019. Il Partito Democratico deve impegnarsi a favore di un programma di ricostruzione della prosperità economica partendo dalle famiglie italiane. In un Paese con importanti disparità di reddito tra i vari territori, la ricostruzione può avvenire in primo luogo riattivando la crescita dei consumi interni attraverso un incremento degli investimenti pubblici e nuovi strumenti per il raggiungimento della piena occupazione.

Il Nostro Partito Democratico

La nostra prima proposta è che, entro poco tempo dalle primarie, una apposita Commissione, attraverso un processo partecipato dai territori, dovrà proporre una radicale modifica dello Statuto del Partito Democratico da sottoporre al voto degli iscritti. Tutto questo processo, compreso il voto finale degli iscritti, dovrà avvenire entro il 2019. Prima di individuare le principali proposte di riforma del nostro Partito pensiamo sia necessario evidenziare i principali problemi che hanno reso l’azione del partito inefficiente in questi primi undici anni. lo Statuto del Partito Democratico è eccessivamente plebiscitario. Questo elemento è una caratteristica della Seconda Repubblica, con le sue contorsioni elettorali, la degenerazione bipolarista e la tentazione presidenzialista mai realizzata. Il PD è nato sulla base di un sistema politico sbagliato e incompiuto. Per questo lo statuto del 2008 è in parte inapplicato e in parte inapplicabile dando troppi poteri a chi vince le primarie e creando alibi e personalismi in coloro che le perdono. Questo ha portato ad all’assenza di bilanciamenti tra il Segretario e gli organismi dirigenti, tra il Partito centrale ed il Partito periferico e, infine, tra gli eletti ed il Partito degli attivisti. In questo partito tutti parlano di riforma interna ma nessuno ha mai fatto nulla, perché, arrivati al vertice del Partito, questo sistema di regole sbilenco e plebiscitario fa comodo a tutti. Abbiamo smesso di formare la classe dirigente e utilizziamo le regole interne, vaghe e contraddittorie, più come strumento al soldo della maggioranza che come effettivo meccanismo democratico. Questo sistema si regge solo su patti tra potentati locali, contro i quali non si interviene mai, anche a costo di spaccare il partito locale. Una vicenda tra tutte è illuminante: ancora oggi i Segretari regionali vengono eletti con primarie nonostante sia evidente l’idiozia di questa scelta. Volevamo riformare la Costituzione ma non siamo in grado di rispettare le regole al nostro interno. Questa incapacità di amministrare un corpo politico smorza in maniera netta molte delle energie positive che attraversano il PD. Queste tendenze imprigionando il Pd tra capibastone, delfini e giovani promesse legate solo dal principio di fedeltà al capo di turno. Questi problemi acuiscono la progressiva erosione del consenso del Partito che continua a perdere voti e consenso. Per tutti questi problemi noi abbiamo immaginato queste proposte:

MODALITÀ DI ADESIONE AL PD

Il PD non può più essere un partito vecchia maniera né tantomeno avere velleità da partito pigliatutto completamente avulso dalla realtà – senza una linea ed un’identità e una linea definita -. Il Partito Democratico dovrebbe prevedere tre diversi livelli di partecipazione. Due di questi sono già previsti ma di fatto uno solo è realmente utilizzato. Noi proponiamo che si istituiscano: a) Albo degli elettori: ci si iscrive versando due euro per poter votare in occasione delle primarie; questo Albo già esiste ma non viene utilizzato. Tale Albo deve essere sempre “aperto” lasciando agli organismi dirigenti la scelta della data di “chiusura” delle registrazioni in vista delle primarie. b) Elettori per i referendum tematici: agli elettori iscritti nell’Albo, si dovrebbe poter consentire di votare nel caso fossero indetti referendum. L’immissione in questo Albo ha il costo di ulteriori 2 euro. c) Iscritti: pienezza dei diritti di elettorato attivo e passivo (possono votare ed essere votati). Il costo dell’iscrizione dovrebbe aumentare rispetto ad ora e dovrebbe essere introdotta la possibilità di rateizzarne mensilmente il saldo. L’aumento della quota d’iscrizione al partito aiuta a sostenere i costi delle sezioni e degli organi territoriali.

IL RUOLO DEL SEGRETARIO

Il Segretario del Partito Democratico deve essere eletto dagli iscritti al Partito. Non deve essere il candidato Presidente del Consiglio (carica in ogni caso non elettiva). Qualora il Segretario vigente volesse proporsi come leader alle elezioni nazionali, egli dovrebbe dimettersi immediatamente dal ruolo di Segretario nazionale. In sostanza l’esatto contrario di quanto succede oggi. Stesso discorso vale per i Segretari territoriali del PD: regionali, federali, cittadini. Devono essere eletti dagli iscritti ed incompatibili con le cariche monocratiche.

SELEZIONE DEI CANDIDATI ALLE CARICHE MONOCRATICHE E PRESIDENZA DEL CONSIGLIO

Per le cariche monocratiche, Presidenti di Regione, Sindaci, Presidenti di Municipio, e per il ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri, il Partito Democratico si dovrebbe comportare come segue: a) Nel caso in cui il PD sia parte di una coalizione che ritiene di dover fare le primarie per la selezione di una carica monocratica, il PD stesso sceglierà con il voto degli iscritti un candidato unico del Partito per le primarie. b) Qualora le primarie non fossero previste ed il candidato fosse indicato dal Partito Democratico, il PD organizzerà delle primarie di Partito alle quali possano partecipare le persone registrare all’Albo degli elettori.

LA DEMOCRAZIA INTERNA

Le decisioni di competenza degli organismi dirigenti, Direzioni ed Assemblee, devono essere prese SEMPRE con il numero legale ovvero almeno la metà dei membri presenti alla seduta. Ogni decisione deve essere presa con la maggioranza qualificata dei due terzi. In caso di mancato raggiungimento della maggioranza qualificata, la decisione dell’organismo dovrebbe essere sottoponibile ad un referendum confermativo tra gli iscritti. Le Direzioni e le Assemblee non devono essere delle cariche da distribuire ma organismi snelli ed efficienti e per questo dovrebbero essere composti da un numero ristretto di membri e non aumentabile per nessuna ragione. Agli iscritti deve essere consentito di esprimere almeno una preferenza quando eleggono le assemblee rappresentative. Per tutte le cariche interne deve essere previsto un meccanismo di selezione che tenga conto dell’anzianità di iscrizione al Partito.

DIGITALIZZAZIONE DEL SISTEMA PARTITO

Vogliamo creare un database nazionale di tutti gli iscritti al partito così da associare univocamente al numero di tessera l’iscritto e agevolare l’iscrizione e il rinnovo online dei nostri militanti favorendo il controllo del tesseramento. Questo, oltre ad essere un indice di serietà, garantisce agli iscritti trasparenza interna impedendo moltiplicazioni di iscrizioni e fenomeni di inquinamento. Per esempio, nella presentazione delle candidature alle primarie interne, il lavoro di controllo e validazione delle firme diverrebbe estremamente semplice e privo di errori bastando a quel punto una comparazione tra le firme raccolte, i numeri delle tessere e il database. Proponiamo inoltre di realizzare una piattaforma per la certificazione degli aventi diritto al referendum e per lo svolgimento degli stessi referendum.

INDIVIDUAZIONE DEI CANDIDATI ALLE ELEZIONI

Il partito ha fallito nel suo obiettivo primario ovvero formare la classe dirigente del futuro e del presente. Si è limitato a dare spazio ai candidati con un peso specifico di voti, perdendo di vista il senso di appartenenza al Partito. La composizione delle liste deve procedere così: 1. Collegi uninominali: la scelta del candidato spetta all’Assemblea corrispondente che la vota con una maggioranza non inferiore al 66%. In assenza di tale maggioranza la scelta passa agli iscritti del collegio corrispondente. 2. Liste bloccate: l’ordine di lista viene votato dagli iscritti al Partito Democratico del collegio corrispondente. 3. Liste aperte: composizione della lista proposta dalla Direzione corrispondente con una maggioranza non inferiore al 66%. In assenza di tale maggioranza la scelta passa agli iscritti dell’area corrispondente. Per tutte le candidature deve essere previsto un meccanismo di selezione che tenga conto dell’anzianità di iscrizione al Partito. Il partito dovrà rispettare in maniera stringente i vincoli di mandato. Le regole al numero di mandati consentiti potranno essere derogate solo con una maggioranza dei due terzi dell’assemblea corrispondente.

SCUOLA DI FORMAZIONE POLITICA E DI MILITANZA

È necessario che il Partito dia vita in maniera strutturale ad un suo Centro Studi. Allo stesso modo bisogna creare dei luoghi per la formazione a partire da una Scuola di formazione per finire con un vero giornale di Partito a pubblicazione periodica.

I GIOVANI NEL PARTITO

Bisogna inserire stabilmente all’interno dello statuto del Partito un finanziamento per l’organizzazione giovanile che consenta a chiunque tramite rimborsi spese di poter militare e ricoprire cariche dirigenziali affinché la politica non sia solo un hobby per ricchi e portaborse. .

La nuova Italia, la nuova Europa

INTRODUZIONE

La proposta economica del Partito Democratico per il Paese deve tornare ad essere il centro della nostra identità. I temi che dovremmo proporre devono essere coerenti con i valori di riferimento della sinistra; tale obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una profonda critica del paradigma economico vigente che è alla base dell’infrastruttura economica dell’eurozona e che il Partito Democratico ha seguito troppo pedissequamente nel corso della sua stagione di Governo (2011-2018). Semplicemente perché questa strategia non ha funzionato: l’introduzione di stringenti vincoli finanziari, che riducono le scelte di politica economica a mera applicazione delle politiche di austerità, ha depresso per troppi anni lo sviluppo ed il benessere delle comunità europee e quindi anche dell’Italia. Questo ha fatto si che non fosse l’economia a servizio delle persone ma anzi che la vita delle persone fosse a servizio dell’economia. Il nostro principale obiettivo è quello di riconnettere il tessuto sociale di questo Paese. In questi anni abbiamo vissuto in un meccanismo che ha troppo spesso generato contrapposizioni tra: poveri italiani verso poveri migranti; giovani disoccupati verso anziani pensionati; lavoro contro ambiente; grandi investitori contro piccoli risparmiatori.

NOI VOGLIAMO UNIRE CIÒ CHE INTERESSI DI PARTE HANNO SPEZZATO

Dobbiamo ripartire dal presupposto che la Politica può tutto. Non esistono limiti se non quelli determinati dal progresso tecnologico e dalla capacità reale di mobilitazione di persone e capitali. Gli studi sul funzionamento dei sistemi monetari moderni ci confermano in modo inequivocabile che se i Governi possono contare su una esplicita garanzia da parte delle rispettive banche centrali e regolano la proprie valute con tassi di cambio flessibili non possono incorrere in problemi di solvibilità sul debito pubblico e quindi possono finanziare le spese necessarie al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Questa garanzia é prevista in tutte le economie avanzate, l’unico aspetto che occorre tener in considerazione è l’eventuale rischio di generare spinte inflattive conseguenti ad aumenti della spesa pubblica. Nelle economie avanzate pero’ e’ altamente improbabile che l’inflazione aumenti qualora la spesa governativa sia indirizzata ad investimenti per il raggiungimento della piena occupazione. Le politiche di austerità degli ultimi 20 anni, hanno tentato di contenere il debito pubblico senza riuscirci ma, conseguenza ben più grave, hanno fatto aumentare il DEBITO REALE DEL SISTEMA PAESE: stiamo parlando del COSTO SOCIALE, AMBIENTALE e INFRASTRUTTURALE che stiamo lasciando sulle spalle delle nuove generazioni. Tentare di contenere il debito pubblico attraverso le misure di austerità sta semplicemente rimandando un costo finanziario che sarà comunque necessario sostenere in futuro: sono le future generazioni che dovranno trovare il modo per rimediare alle problematiche ambientali e infrastrutturali che gli stiamo lasciando in eredità a causa dell’irresponsabilità delle nostre attuali scelte economiche. Che senso ha non ammodernare le infrastrutture (strade, ponti, scuole, ospedali, ecc.) per non accumulare debito se poi lasciamo alle future generazioni l’onere di farlo? Che senso ha rimandare la transizione ambientale per contenere la spesa pubblica se poi lasciamo alle future generazioni l’aria inquinata e l’acqua avvelenata? Se non risolviamo certe problematiche oggi, non solo gli interventi in futuro saranno decisamente più costosi ma le conseguenze ambientali potrebbero essere irreversibili. In coerenza con il nuovo paradigma economico che sta trovando sempre più spazio nei partiti progressisti europei e nordamericani, sosteniamo con forza la seguente asserzione: ciò che è tecnicamente realizzabile sarà sempre finanziariamente perseguibile.

SPREAD

Lo SPREAD, comunemente indica il differenziale tra il tasso d’interesse sui titoli decennali italiani e quello sui titoli decennali tedeschi. Tale fenomeno condiziona le decisioni di politica economica dei governi al grido “FATE PRESTO” nonostante la BCE abbia dimostrato più volte di poter intervenire per eliminarlo in ogni momento. Facciamo notare come l’attenzione sia SEMPRE rivolta alla dimensione finanziaria dell’economia e si trascuri sempre quella reale, ben più importante. Gli “SPREAD” che dovrebbero essere tenuti in forte considerazione dovrebbero riguardare altri aspetti di natura reale: a) Lo spread tra le emissioni di CO2 che oggi produciamo e quelle che invece dovremmo produrre per rendere il sistema sostenibile b) Lo spread che esiste tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi dell’eurozona c) Lo “Spread salariale” che intercorre tra i vari paesi dell’eurozona Questi sono per noi gli spread che dovremmo risolvere al grido “FATE PRESTO” per favorire la giustizia sociale che è venuta a mancare fino ad oggi e che ha messo in discussione la possibilità di realizzare un sano progetto di solidarietà tra i popoli europei.

TRANSAZIONE ECOLOGICA: LA NUOVA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Il governo deve tornare a porsi il problema di cosa produrre e come produrlo. Non possiamo chiedere al mercato di risolvere il problema dell’inquinamento, della bonifica ambientale dai veleni prodotti fino ad oggi e del consumo incontrollato del suolo e delle risorse del pianeta: deve essere la politica, attraverso le istituzioni democratiche, a definire una cornice all’interno della quale il mercato possa operare senza inquinare. Una transizione ecologica, per sua natura ambiziosa, è necessaria per promuovere uno sviluppo sostenibile nell’interesse delle future generazioni. Gli ingenti investimenti pubblici (in ricerca, nuovi impianti di produzione da fonti rinnovabili, finanziamenti a fondo perduto finalizzati a rendere efficienti i consumi energetici di tutti gli immobili presenti sul territorio, economia circolare) aiuteranno a trovare nuove forme di produzione di energia sostenibile, come la fusione nucleare. Il nostro obiettivo nel medio periodo è l’azzeramento dell’impronta ecologica. Anche l’energia è anche un fatto politico. Essa infatti determina la possibilità o meno per i popoli di progredire, di potersi sostenere e realizzare. Di essa si parla poco e se ne parla male, dando per scontato che l’attuale scenario energetico locale e mondiale sia immutabile. Non è così. Non sono solo gli allarmi sul terribile impatto sull’ambiente dei nostri modelli produttivi a doverci smuovere. C’è un’esigenza profonda di uscire dal novecento che ancora non si è realizzata compiutamente. Per rispondere a questa esigenza il dibattito pubblico ha definito in molti modi la terza rivoluzione industriale e qualcuno già parla di 4.0, ma la questione energetica rimane oggi irrisolta. Pur cambiando i combustibili nell’arco dell’ottocento e del novecento abbiamo prodotto energia “distruggendo” materia: o dandogli letteralmente fuoco o scindendola come nelle attuali centrali nucleari. Gli effetti di questi processi sono devastanti, la produzione di scorie e scarichi di ogni genere è letale per il nostro ecosistema. L’espansione del consumo e della produzione globale degli ultimi trent’anni mette ogni anno sempre più a rischio la possibilità di invertire il processo distruttivo in atto. Ad esempio le moderne reti con la loro indubbia portata rivoluzionaria in termini culturali e sociali è ad ogni modo uno strumento ad altissimo consumo energetico contrariamente a quanto si pensi. D’altronde lo stesso uso che l’uomo ha fatto del vento e del sole, dalla vela fno a pannelli fotovoltaici, non è stato altro che approfittare di energia derivata da altra energia prodotta da meccanismi più grandi. E se si osservano le stelle, a partire dal nostro sole, tutta l’energia prodotta deriva da un processo chiamato “fusione nucleare”. La notizia di cui nessuno parla da circa dieci anni è che siamo in grado di riprodurre questo processo sulla terra. Negli anni ’60 l’uomo andò sulla luna, oggi può portare il sole da lui. In una sola frase quindi “Fate presto!” Se metteremo al centro dell’agenda la transizione verso la fusione nucleare daremo un vero senso alla battaglia per salvare il pianeta e una concreta speranza alle generazioni che verranno. Contrariamente non saremo che complici delle devastazioni che verranno.

REGOLE DEL LAVORO

Agli investimenti pubblici – che porteranno ad una diminuzione del numero dei disoccupati – dovranno essere affiancati strumenti per il raggiungimento della PIENA OCCUPAZIONE. Coloro che desiderano lavorare ma non trovano un impiego, avranno la possibilità di essere integrati in Programmi di Lavoro Transitorio Garantito a basso impatto ambientale in settori legati all’efficienza energetica, alla riqualificazione energetica, alla tutela e valorizzazione del territorio e all’economia circolare. Questi possono generare occasioni occupazionali ad alto impatto produttivo coniugando molteplici benefici per il sistema paese. La ritrovata capacità di spesa di coloro che grazie ai Programmi di Lavoro Transitorio Garantito saranno beneficiari di un nuovo reddito, porterà ad un aumento dei consumi che incentiverà le imprese ad assumere nuova forza lavoro per soddisfare la crescente domanda; tale processo consentirà la transizione delle persone dai programmi di pieno impiego al settore privato. Le imprese private avranno quindi la possibilità di rivolgersi non più ad una platea di disoccupati ed inattivi ma ad una platea di occupati riqualificati: le ricadute in termini di produttività e di salari saranno sostanziali. Ripartiamo dal lavoro. Tramite ciò ridaremo dignità a tante famiglie che si trovano oggi in difficoltà a causa dell’assenza di lavoro. Infine la possibilità di decidere l’entità del salario pagato nei Programmi di Lavoro Transitorio Garantito può essere visto come un ulteriore efficace strumento per impedire il verificarsi di lavoro sottopagato nel settore privato: la transizione dei lavorativi al settore privato potrà avvenire soltanto se quest’ultimo offre un salario superiore a quello che il lavoratore già riceve nel programma pubblico di pieno impiego. Abbiamo per la prima volta la possibilità di sostituire l’esercito di riserva dei disoccupati con un esercito di riserva di occupati. In Italia, salvo alcune ristrettissime e tassative eccezioni deve esistere una sola forma contrattuale di lavoro, l’assunzione a tempo indeterminato. Questo intervento è già stato fatto nella scorsa legislatura (Job Act), ma i successivi interventi sul contratto a tempo determinato ne hanno vanificato sostanzialmente l’utilità (Decreto Poletti). Ora è il momento di cancellare tutto il resto. Occorre ripristinare la tutela prevista dell’articolo 18 per i di casi licenziamento economico manifestamente infondato. Per i lavoratori autonomi bisogna proseguire lungo la strada tracciata dalla legislatura precedente in fatto di diritti e tutele, intensificando altresì in maniera decisa la lotta contro il finto lavoro autonomo.

PENSIONI

Un intervento sulle pensioni che garantista una giusta età di uscita dal mondo del lavoro. Il sistema pensionistico italiano è stato aggiustato nel 1995 con il passaggio al meccanismo contributivo ed è solido. Allungare l’età pensionabile significa solo creare problemi a chi dovrebbe entrare nel mondo del lavoro cioè ai giovani. Questo deve terminare. Il nostro progresso economico e sociale non deve essere volto ad aumentare l’orario o la durata del lavoro, bensì alla ricerca della felicità.

CIASCUNO SECONDO LE PROPRIE POSSIBILITÀ

Noi riteniamo che l’Italia abbia bisogno di un drastico cambiamento nel sistema di tassazione. Deve essere ripristinato un meccanismo di progressività fiscale chiaro e coerente con le previsioni costituzionali. Oggi tutte le tasse sono FLAT (eccetto l’IRPEF) tale meccanismo non va limitato al sol contesto del lavoro dipendente, ma anche la tassazione sui redditi da capitale e della rendita sugli immobili. Un discorso specifico va fatto sulle piccole imprese e sulle PARTITE IVA. Bisogna realizzare interventi di riduzione del carico fiscale e di eliminazioni di alcune vere e proprie vessazioni, come l’anticipo della metà delle tasse dell’anno successivo per consentire anche a questa parte del mondo produttivo italiano di aumentare la capacità d’investimento. Riguardo il mondo del lavoro, riteniamo che la strada intrapresa dal Partito Democratico con gli sgravi fiscali sulle assunzioni con contratto a tempo indeterminato vada confermata e resa stabile, in particolar modo per le assunzioni negli stabilimenti produttivi del Mezzogiorno.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La pubblica amministrazione italiana è sotto organico per più di 2 milioni di unità. Parliamo di ingegneri per i Comuni, Poliziotti, Vigili del Fuoco, tecnici per gli uffici, medici per gli ospedali pubblici, insegnanti e personale per le scuole, operatori ecologici e così via. Tutto ciò è inaccettabile e deve finire. Ne va della sicurezza economica e personale degli italiani. Un Paese senza una forte amministrazione pubblica, all’altezza dei compiti e delle trasformazioni dell’attuale momento storico, semplicemente è destinato ad andare in rovina. Questo è il deficit che dobbiamo colmare, attirando nella Pubblica Amministrazione italiana le migliori risorse di questo Paese, incentivando il ritorno di coloro che sono emigrati all’estero alla ricerca di redditi adeguati alle loro qualifiche. È fondamentale impegnare risorse umane qualificate per investire nella ricerca, nella cura delle persone e soprattutto nella tutela e valorizzazione del territorio e dell’ambiente. È del tutto evidente che investimenti in questa direzione avrebbero conseguenze positive anche per il settore privato. L’obiettivo è anche quello di eliminare la DISPARITA DI TRATTAMENTI nei servizi pubblici che devono essere uguali per tutti e non possono dipendere dal territorio dove il servizio viene erogato.

I BENI PUBBLICI: RI-PUBBLICIZZAZIONE DEI SERVIZI ESSENZIALI

ùIl Partito Democratico dovrebbe sostenere la raccolta firme per la presentazione di un ddl di iniziativa popolare che assume il lavoro della Commissione Rodotà del 2008 sui beni comuni. L’elemento portante di quella proposta era la creazione di “beni ad appartenenza pubblica necessaria” per definire “beni che soddisfano interessi generali fondamentali la cui cura discende dalle prerogative dello Stato”. Tali beni sono, in considerazione della loro natura “né usucapibili (da privati) né alienabili” (a privati). Noi riteniamo che il Partito Democratico debba superare le timidezze avute anche durante la stagione dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011 ed adottare pienamente nel suo Manifesto questa visione che peraltro supera la tradizione distinzione semplice tra bene di proprietà dello Stato e beni privati. I servizi essenziali come l’acqua, l’energia, il trasporto locale, le telecomunicazioni e reti in generale devono essere pubblici. Poiché questi settori, spesso monopoli naturali, riguardano beni collettivi indisponibili, non c’è spazio per l’iniziativa privata inevitabilmente legata alla massimizzazione del profitto economico. Una programmazione pubblica e democratica di questi settori porterà anche investimenti utili per l’occupazione e per le imprese private italiane. Ad esempio, bisognerebbe terminare le erogazioni statali verso l’istruzione privata tornando al dettato Costituzionale ed investire i risparmi così ottenuti in quella pubblica, in un grande piano di tutela e rimodernamento anche energetico degli edifici scolastici.

LA NOSTRA RIFORMA COSTITUZIONALE

Abbiamo bisogno anche di una riforma costituzionale vera che risolva alcuni problemi creatisi in questi anni, e che ribadisca il principio della sovranità popolare nel rispetto della legge che è stabilita all’articolo 1: a) Abolizione articolo 81 nella forma attuale (pareggio di bilancio) b) Riduzione del potere delle Regioni (troppi poteri alle regioni che creano disomogeneità nel paese, e il trend di questi mesi specie dopo i referendum in Lombardia e Veneto sta peggiorando questo problema nel silenzio generale); c) Inserimento del comma II nell’articolo 114 che preveda l’elezione a suffragio universale, diretto, libero e segreto di TUTTI gli enti locali; d) Inserimento all’articolo 49 di una disposizione che preveda il finanziamento pubblico, trasparente e compartecipato dei partiti politici per far terminare la deriva oligarchica che attraversa la politica italiana e che può portare solamente ad esiti catastrofici.

Diritti universali

La caratteristica fondamentale degli antifascisti è quella di riconoscere all’uomo in quanto persona dei diritti inalienabili, come recita l’articolo 2 della nostra Costituzione. Nonostante le pressioni ed i tentennamenti di questi anni, ad esempio sulla questione immigrazione, o sul tema del garantismo, il faro di una politica di sinistra non può recedere neanche di un passo da questa linea. In questo senso dobbiamo intendere tutti i diritti universali, ovvero come un insieme collegato ed armonico che non può essere diviso, diciamo quindi da subito che seppur siamo molto contenti degli avanzamenti raggiunti grazie al Partito Democratico nella precedente legislatura, noi riteniamo che si debba andare avanti senza tregua. Le recenti conquiste sulle Unioni Civili o sul Dopo di Noi non possono essere divise dai diritti degli stranieri o da coloro che professano religioni diverse. Questa è la nuova sfida davanti alla quale ci troviamo: dare un nuovo senso al concetto di diritto universale, ovvero di presidio complessivo ed indivisibile della democrazia, della pace e della nostra identità antifascista. Noi abbiamo il dovere di promuovere la parità attraverso il coinvolgimento attivo nella vita politica e sociale di tutte quelle persone che oggi ne sono escluse. Per farlo abbiamo bisogno di farci promotori di una serie di riforme strutturali che vadano a cambiare radicalmente non solo le nostre leggi, ma l’intero apparato culturale che oggi impedisce il pieno progresso della società. Penso alla tribalizzazione sia delle strutture sociali sia delle forme di comunicazione. Una stampa sempre meno libera; un sistema di social network sempre più controllato e i dati dei cittadini in possesso dei privati. Servono norme chiare sul possesso dei dati che, di fatto, ci pongono alla mercé delle grandi aziende internazionali senza che noi possiamo averne il minimo controllo. Questo pone i cittadini in una posizione di totale subalternità rispetto alla propaganda di ogni genere, dichiarata e non. Penso al processo di emancipazione femminile che da anni subisce continui attacchi sia da parte della politica sia del mondo del lavoro. Battaglie come il congedo di paternità obbligatorio, l’approvazione di una legge contro la disparità salariale sul modello islandese, una radicale applicazione della legge 194. In altre parole una riforma di tutte quelle norme che in maniera più o meno diretta contribuiscono a perpetrare la concezione patriarcale della famiglia e dello Stato. Penso agli immigrati che ad oggi vivono legalmente in Italia, pagano le tasse in Italia, ma non hanno il diritto di votare in Italia. Questo genera emarginazione e impedisce la piena partecipazione dell’uomo alla vita sociale del Paese. Penso anche ai loro figli. Eravamo a un passo dall’approvazione di una legge buona che avrebbe permesso a oltre un milione di persone di veder riconosciuta la propria cittadinanza. Quella legge, erroneamente chiamata “Ius Soli”, era una legge giusta che per paura e per meri calcoli elettorali è stata accantonata. A posteriori è evidente che quella scelta non ci ha portato un voto. Riprendiamo quella proposta e portiamola avanti senza paura. Per farlo abbiamo bisogno di chiamare a una partecipazione attiva tutte queste persone, organizzando il dissenso e indirizzando la battaglia. Il nostro obiettivo deve essere quello dell’emancipazione economica e sociale attraverso l’ottenimento, insieme a tutte queste persone, del potere politico.

Una risposta, una provocazione e una proposta.

Una risposta, una provocazione e una proposta.

Cari Compagni del X Municipio,

grazie per avermi taggato nella vostra nota, ci conosciamo bene e io conosco bene il vostro lavoro e non posso che rispondervi subito e rilanciare.
Il problema delle concessioni balneari è molto complicato e riguarda tutto il paese. Come giustamente scrivete dovremmo osare di più non solo su queste, ma su tutte le concessioni pubbliche.
Quando parliamo di spiagge, di mare, parliamo di beni comuni fondamentali, dobbiamo smetterla di pensare che l’unico modo di gestirli sia dandoli al privato.
Vi voglio provocare: questa volta sulla ruspa dovremmo salire noi. Non per sgombrare dei poveracci senza casa, ma per mettere fine all’ignobile pratica di lucrare sui beni dello Stato negando a tutti noi di godere dei beni comuni come il mare.
Il vostro territorio ha potenzialità enormi eppure è teatro di vicende gravissime e di evidenti smacchi come quel lungomuro che fa diventare i diritti di tutti noi un’eccezione. Deve essere l’esatto contrario, il mare deve essere libero e solo in casi particolari il privato dovrebbe presentarsi sempre a condizione di non limitare la libera fruizione del mare.
In queste vicende si annidano, infatti, illegalità di ogni genere ed è acclarata la presenza di organizzazioni criminali.
Parliamoci chiaro, davanti a tutto questo bisognerebbe agire immediatamente senza aspettare direttive, cavilli, questioni di ogni genere.

Come spesso si dice, il silenzio è complice.

Non è un caso che il PD sia molto debole su queste vicende. Negli ultimi due anni le forze parlamentari e la dirigenza nazionale hanno provato a mediare in modo fallimentare tra le proteste degli operatori e le richieste di applicazione delle direttive e di intervento sui territori.
Va detto che in alcuni casi di gestione privata di concessioni pubbliche, non quelle balneari, a detenere piccole concessioni come quelle dei banchi su strada o altre micro-attività sono lavoratori come gli altri a basso reddito e, quindi, a bassa mobilità nel caso in cui perdano la loro concessione ritrovandosi senza lavoro. Se non si tiene conto di questo, a pagare saranno sempre i deboli e non gli speculatori.*
Ma c’è un elemento in più: le battaglie per la legalità, per il mare e, in generale, per i beni comuni sono fondamentali nel nostro cammino di democratici.
Per farla breve, non ho alcun problema a rispondervi che avete ragione, che si tratta di uno scandalo e che se vogliamo cambiare dovremmo avere il coraggio di smuovere le cose, riscoprendo anche il valore e la funzione del conflitto perfino con l’istituzione. La scelta del Ministro va contestata ed è necessario aprire un dibattito, a partire dal nostro interno, sulle concessione ai privati dei beni pubblici. Perchè fino ad oggi la nostra linea – se mai ce n’è stata una – non è stata chiara.
Voglio, però, anche lanciarvi una sfida insieme a tutto il comitato (che conoscete bene) così come voi la lanciate a noi: vediamoci a Ostia (o dove volete voi) per scrivere un contributo breve, semplice e netto che parli di legalità, beni comuni, giustizia, insomma dove raccontare il lavoro che avete fatto coraggiosamente in questi anni. Secondo me vale la pena trasformarlo in un esempio da raccontare a livello nazionale. Io spero di non essere l’unico che vi risponderà ma ci tengo di cuore a farvi sapere che sarei onorato di rappresentare le vostre istanze con tutta la forza necessaria che da molti per molti anni è mancata.

Un forte abbraccio, compagni

Dario.

*È pur vero che anche lì si verificano episodi di sfruttamento con banchi affittati poi a loro volta a stranieri o altri creando così una catena di abusi, illegalità e sfruttamento intollerabili. Come pure è vero che molte concessioni sono illegali e stanno in piedi solo per l’inerzia perpetrata negli anni.