di Anonimo

Tra le tante cose di cui non si parla in questo congresso senza dibattito c’è la sanità e la sua privatizzazione strisciante.
Come denunciato da molte indagini e approfondimenti, il costante taglio ai fondi e il mancato turn over del personale sta portando via via il sistema non solo ad integrare i propri servizi con la sanità privata, ma addirittura a considerare il privato cosìdetto “convenzionato” il perno di tutto il sistema.
Tra i tanti esempi di questo processo il caso dell’Ospedale Gemelli a Roma, grande polo sanitario privato cattolico, che recentemente è stato promosso a HUB di alcuni servizi sanitari dalla Regione Lazio facendo retrocedere le strutture pubbliche nella medesima area.
I fenomeni di “privatizzazione strisciante” sono molti ma ormai da anni il meccanismo principale è quello della convenzione dove il servizio sanitario paga la prestazione effettuata dall’utente presso le strutture private appunto in base ad una convenzione.
Ma cosa succede quando la prestazione non è gratuita per l’utente del servizio sanitario nazionale? Per dirla più semplicemente, cosa succede quando bisogna pagare il “ticket”?
Si verifica un fenomeno incredibile di cui ad oggi nessuno parla e che merita di essere denunciato.
Quando l’utente si presenta alla struttura convenzionata può accadere che i privati offrano la stessa prestazione a un prezzo inferiore a quello previsto dal ticket. Ottimo direte voi, meno costi. Ma è una truffa perchè il sistema pubblico a cui normalmente ci si riferisce organizza le prenotazione e distribuisce le prestazioni. Quando l’utente arriva all’ospedale privato invece che pagare il ticket pubblico l’utente si serve direttamente dal privato che invece che dividere gli introiti con il pubblico incassa tutto per sè.
Questo meccanismo perverso comporta che il privato sia incentivato ad abbattere i costi ovviamente intervendo sugli stipendi e sulla qualità del servizio per poter incassare il prezzo dell’intera prestazione e non solo la percentuale prevista dal servizio sanitario nazionale.
Questo processo già in atto porterà, mano a mano, allo smantellamento del pubblico fino a quando qualcuno dirà “ma perchè continuare a pagare strutture pubbliche se ci sono le private?”.
Le conseguenze di questo processo potrebbero essere irrimediabili e la differenza che già oggi c’è nei servizi (ad esempio tra il sud e il nord, ma anche tra zone depresse e zone ricche del Paese) rischierà di divenire incolmabile.
Questa situazione va denunciata con forza: è necessario ascoltare e dare voce alle proteste di migliaia di medici in tutta Italia e affrontare il problema invece che metterlo sotto il tappeto come nel Lazio e in tante altre Regioni d’Italia.
Il fulcro del servizio sanitario nazionale, come è ovvio che sia, deve essere la struttura pubblica con i dipendenti e i medici assunti dal pubblico. Il tutto deve essere diretto come un servizio pubblico e non come un’attività imprenditoriale.
Partendo dalla denuncia di questa concorrenza al ribasso si può costruire una nuova visione della sanità che torni ad investire, ad assumere e non a tagliare o “privatizzare”.
Se non difendiamo la sanità e la previdenza pubblica non difendiamo la nostra democrazia e la nostra Costituzione.
Ripartiamo da qui.