di Alice Arena

A Torino quella sera di undici anni fa faceva un freddo cane. Un freddo umido, tipico di quelle serate di dicembre che a Torino sono già molto più invernali che autunnali. Un freddo che condensa il fiato che quando ero bambina mi divertivo a dire che usciva il fumo dal naso.

Per me, ancora dopo tanto tempo, quella notte tra il 5 e il 6 dicembre è il ricordo di una nuvola di fumo nero che a contatto con l’aria fredda diventa pesante e avvolge tutto, è quell’odore acro che brucia in gola e fa lacrimare gli occhi, è il rumore incessante di ambulanze e sirene che squarciano la sera e ti dicono senza ombra di dubbio che sta succedendo qualcosa.

Undici anni fa non abitavo vicino allo stabilimento della Thyssenkrupp ma il fumo, l’odore e il rumore si sparsero in fretta sulla parte nord della città, così come l’orrore nell’apprendere ciò che era successo.

Un incendio nello stabilimento di corso Regina. Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5, una fuoriuscita di olio bollente che prende fuoco investe gli operai. Le ambulanze li portano in ospedale tutti e sette.

Antonio Schiavone muore alle 4 del mattino. Muoiono tra il 7 ei 30 di dicembre Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Sono nomi che andrebbero scolpiti nella memoria di questa città, nella sua storia operaia, nelle tante ingiustizie che la classe lavoratrice ha subito e nelle colpe di chi avrebbe potuto evitare che succedesse

Ricordo una manifestazione silenziosa, con migliaia di persone scese in piazza, un corteo che a ripensarlo oggi vengono ancora i brividi. Perché faceva freddo, perché l’odore acre non era ancora andato via, perché il giorno della manifestazione alcune di quelle persone erano ancora vive, perché camminavamo in una città ferita e sconvolta.

Non ricordo nella mia vita un momento in cui all’unisono tutta Torino fosse, tutta insieme così triste e arrabbiata.

Con il passare dei giorni le notizie, gli approfondimenti le dichiarazioni ci resero sempre più chiaro che quello della Thyssenkrupp non era stato un incidente, una fatalità, una cosa imprevedibile e inevitabile: estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato operai che lavoravano ininterrottamente da 12 ore.

Lo stabilimento di Torino era in via di dismissione e l’azienda non ha ritenuto di dover fare investimenti sulla sicurezza dei lavoratori, questo è quello che le sentenze hanno confermato, questo è il motivo per cui sette persone hanno perso la vita in un modo orribile.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. Nel 2008 è stato chiuso in anticipo sulla data prevista. Oggi i due amministratori tedeschi condannati per quelle sette morti vivono la loro vita tranquilli in Germania.Nelle settimane dopo il rogo, qualunque esponente politico che interveniva sull’argomento diceva una cosa semplice: “mai più”. Era un impegno solenne, un dovere morale, e invece…

E invece erano gli stessi “Mai più” che avevano detto quella stessa estate, dopo che Mario Ricca, Valerio Anchino, Massimo Manuello, Marino Barale e Antonio Cavicchioli persero la vita, il giorno della tragedia del Molino Cordero vicino a Cuneo.

Gli stessi che ci ripetiamo da decine di anni ogni volta che l’evento è talmente grande che proprio non è possibile voltare la faccia da un’altra parte. Gli stessi che diciamo quando l’INAIL tira fuori i dati che ci dicono che sono 713 nei primo 8 mesi del 2018 i morti sul lavoro.

L’anno della Thyssen furono 1207 i morti sul lavoro. Nella legislatura che iniziò nel 2008 venne eletto, nelle fila del Partito Democratico l’unico sopravvissuto del rogo, ha lavorato nei banchi della commissione lavoro e senza che nessuno lo sappia, senza che il partito del “ma anche” desse mai risalto a questa cosa, ha lavorato per limitare in tutti i modi i danni che la legge sulla sicurezza sul lavoro prodotta in quegli anni dal governo di destra avrebbe creato.

Oggi, nell’anniversario di quel rogo, una torinese militante del PD scrive questi ricordi e queste riflessioni perché vorrebbe che il suo partito, in luogo dei “mai più” che non sa se potrà mantenere, dicesse una cosa chiara: “Di lavoro non si può morire e il partito democratico sarà sempre dalla parte dei lavoratori che lottano affinché le norme sulla tutela del lavoro siano ferree e rispettate e condannerà sempre quei politici e quegli imprenditori che sono disposti a rischiare la pelle lei lavoratori per qualche misero e sporco euro di più”

Chissà magari resettando il PD…