di Federica Ceccarelli

In un paese in cui si fanno sempre meno figli, la necessità di trovare forme di sostegno alla genitorialità è un tema inevitabilmente spinoso. Se poi si aggiunge una compagine di governo che annovera fra le proprie fila personalità notoriamente “poco amiche dei diritti delle donne”, per così dire, la questione si fa ancora più complicata. Che il pacchetto famiglia, firmato dal ministro Fontana (sì, quello che ce l’ha con i gay, con i migranti, con gli atei, con i progressisti, insomma un po’ con chiunque non sia un uomo bianco cattolico ed eterosessuale), non avrebbe portato sospiri di sollievo per le femministe, era cosa chiara già da qualche tempo; l’emendamento in materia è stato ora approvato in commissione Bilancio della Camera.

Esso prevede la possibilità per le donne di rimanere al lavoro fino al nono mese, eliminando l’obbligo di congedo per gli ultimi giorni di gravidanza, come attualmente in vigore. Per fare ciò, sarà necessario un certificato medico (perché anche durante la dolce attesa non si perda l’abitudine alle burocrazie), che attesti l’assenza di possibili complicazioni per la salute della neomamma e del nascituro. Di conseguenza, sarà possibile usufruire dei cinque mesi di congedo interamente nel periodo successivo al parto. Magari il ministro pensa che essere al nono mese di gravidanza sia qualcosa di simile al gonfiore post-birra.

Il nucleo della questione è il seguente: nella situazione attuale la maternità, per le donne lavoratrici, è ancora considerata un handicap (ma sarà un caso che Fontana sia ministro per la famiglia e la disabilità?). Ma non è rendendola invisibile e silente che si potrà risolvere questa questione. Le istanze leghiste non sono che una strategia per simulare l’appianamento delle diseguaglianze. Al governo non hanno chiara la distinzione sociologica fra caratteristiche di genere e caratteristiche di sesso: che la donna partorisca, e che il parto sia un evento delicato per la salute dei due individui coinvolti, è un dato biologico. Con l’emendamento in questione si cerca di mascherarlo, come se le donne, per conseguire la parità, debbano rinunciare alle proprie peculiarità sessuali e sanitarie. Lo stereotipo di genere per cui lavoro e maternità sarebbero in conflitto, non solo non viene intaccato, ma anzi rafforzato.

Loredana Taddei, commissario CGIL per le politiche di genere, ha parlato di un “colpo ai diritti delle donne e alle loro tutele”. È un provvedimento che non garantisce maggiore protezione, al contrario; per le donne giovani e precarie, rappresenta l’ennesima goccia in un vaso già strabordante, fatto di timori legati alla sfera della maternità. Viene da chiedersi se chi ha pensato questa normativa sia in buona fede o meno, perché la maternità delle lavoratrici non sarà di certo agevolata. Ma forse quello che sogna Fontana, più che la libertà per le donne di lavorare ed essere madri allo stesso tempo, è che esse abbandonino il mondo del lavoro e cedano il posto ai colleghi maschi. Altrimenti perché non puntare su qualcosa di più rispettoso ed inclusivo?

Angherie, intimidazioni e ricatti non sono rari. La quotidianità di molte lavoratrici precarie è fatta anche di questo, oltre che di stipendi più bassi, lavoro extra e una vasta gamma di pregiudizi. Una simile manovra non fa che aggravare la situazione. Così alle consuete domande da colloquio di lavoro (“figli o carriera? Hai intenzione di diventare madre in futuro? Se scoprissi di essere incinta nel periodo di contratto, che faresti?”), potremo aggiungere: “in caso di maternità, sarai abbastanza zelante da venire al lavoro fino alla fine?”.

Care ragazze, scrivetelo nel curriculum: in caso di gravidanza, disponibile fino al nono mese. Del resto, trovare un medico che firmi il certificato sarà un gioco da ragazze.