Io credo nel Partito Democratico.
Ritengo che le motivazioni profonde che hanno determinato la nascita del nostro Partito siano ancora tutte valide. L’Italia ha ancora bisogno del Partito Democratico, ha ancora bisogno di una casa larga ed accogliente per chiunque ritenga che le idee di giustizia sociale e gli obiettivi che la nostra Costituzione affida alla Repubblica debbano essere la bussola di una forza politica.
Quanto appena detto, ovviamente non significa essere ciechi di fronte alle degenerazioni ed alle difficoltà di questi anni, spesso mai affrontante, ancor più spesso utilizzate per scelte opportunistiche e di mera sopravvivenza personale.

La mia prima proposta, quindi, come ho annunciato già al momento della mia candidatura nello scorso ottobre è che entro poco tempo dalle primarie, una apposita Commissione dovrà proporre una radicale modifica dello Statuto del Partito Democratico da sottoporre al voto degli iscritti. Tutto questo processo, compreso il voto finale degli iscritti dovrà avvenire entro il 2019.
Prima di individuare le principali proposte di riforma del nostro Partito penso sia necessario evidenziare i principali problemi del Partito Democratico
In primis: lo Statuto del Partito Democratico ha una nota fondamentalmente plebiscitaria. Questo elemento è frutto della pessima stagione della Seconda Repubblica, con le sue contorsioni sul tema delle leggi elettorali sempre più truffaldine, sui poteri degli esecutivi e l’indebolimento delle assemblee elettive. il PD, purtroppo ha ereditato una parte di questo clima, e ne è venuto fuori uno Statuto che spesso viene bellamente ignorato ma che dà anche troppi poteri a chi vince le primarie, senza adeguati bilanciamenti tra il Segretario e gli organismi dirigenti né tra il Partito centrale ed il Partito periferico né, infine, tra gli eletti ed il Partito degli attivisti.

Abbiamo meccanismi assurdi nella selezione della classe dirigente e un utilizzo delle regole interne del partito vaghe e spesso contraddittorie, più come strumento di tutela della maggioranza di quel momento che come meccanismi in grado di garantire equilibro ed impermeabilità verso le cattive pratiche.
In questo partito tutti parlano di riformare l’organizzazione ma nessuno fa nulla, perché arrivati al vertice del Partito questo sistema di regole sbilenco e plebiscitario fa comodo a tutti. Abbiamo una leadership centrale pressoché onnipotente ma che si regge sempre e solo su patti con i potentati locali, verso io quali non si interviene mai, anche a costo spaccare il partito locale.

Una vicenda è secondo me illuminante: il Partito ha 11 anni di vita, ed è altrettanto lungo il periodo in cui si è detto che bisognava togliere l’assurda regola dell’elezione a primarie dei Segretari regionali. Bene ancora oggi, 11 anni dopo i Segretari regionali si eleggono con le primarie.
Questo è un partito che voleva riformare la Costituzione ma entro il quale non vige la certezza della regola. Ogni congresso, ogni primaria, ogni momento di partecipazione in ogni singola federazione del partito vive di momenti suoi, effimeri, cangianti. Questa incapacità di amministrare un corpo politico smorza in maniera netta molte delle energie positive che attraversano il PD ma se ne disamorano.
Queste tendenze, finiscono per avere un pessimo effetto sulla classe dirigente proposta dal Partito, imprigionando il Pd tra capibastone e giovani promesse legate solo dal principio di fedeltà al capobastone stesso.
Questi problemi acuiscono la progressiva erosione del consenso del Partito.
Nei prossimi post entrerò più in dettaglio nelle proposte per la riforma del Partito Democratico.