L’inadeguatezza del manifesto di Calenda

L’inadeguatezza del manifesto di Calenda

di Francesco Ruggeri

Ci siamo. Se ne era parlato tanto. Dopo essere stato proposto da vari intellettuali nostrani, un manifesto per le elezioni europee che unisca le forze progressiste contro le orde dei “nuovi barbari”, come le ha chiamate Corrado Augias, è stato presentato da Carlo Calenda il 21 Gennaio. Il nome del manifesto è: “Siamo Europei” un “Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni europee”.

La dichiarazioni d’intenti è seguita da una veloce analisi della situazione politica ed economica dell’Italia e dell’Europa tra cui spicca:

“…L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente. La velocità del cambiamento innescato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, e parallelamente gli scarsi investimenti in capitale umano e sociale – che avrebbero dovuto ricomporre le lacerazioni tra progresso e società, tra tecnica e uomo – hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. Ciò ha scosso profondamente la fiducia dei cittadini nel futuro. L’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo ha messo in crisi l’idea di società aperta. La convergenza tra queste turbolente correnti della storia ha minato la fiducia di una parte dei cittadini nelle istituzioni e nei valori delle democrazie liberali.”

Analisi condivisibile sotto più di un aspetto, che dimostra una certa sensibilità nel comprendere i meccanismi che stanno portando ad una disaffezione dei cittadini nelle istituzioni democratiche e più in generale nella società liberale.

Peccato che andando ad analizzare più approfonditamente i contenuti ideologici e tecnici del manifesto, ci rendiamo conto come esso non sia altro che l’ennesimo tentativo di raggruppare delle forze politiche, differenti tra loro, con il solo scopo di raggiungere un risultato elettorale che non le veda affondare.

Appare subito chiaro che la materia con il quale è stato costruito questo manifesto è composta da idee inadeguate e stantie: non sono altro infatti che le stesse idee causa della situazione che il manifesto vorrebbe risolvere e in quanto tali non propongono nessun elemento di reale rottura con l’attuale status quo, responsabile della situazione in cui l’Europa si trova

Il punto tre parte con “meno deficit più bilancio Europeo” e recita:

La capacità di indebitamento non dipende dai limiti europei ma all’entità del debito dei singoli Stati membri. Possiamo ignorare le regole ma non per questo troveremo chi ci presta soldi per finanziare deficit insostenibili. Tuttavia nei prossimi anni il livello degli investimenti dovrà aumentare in modo significativo e lo strumento fondamentale non potrà che essere il bilancio europeo. Oggi quasi l’80% del budget UE proviene da contributi degli Stati membri. Deve invece essere costituito da risorse proprie per finanziare welfare, investimenti, ricerca e formazione.”

Vale la pena soffermarsi su alcune delle affermazioni di questo punto poiché, a mio avviso, con esse possiamo capire quali sono i veri problemi ideologici e programmatici dell’attuale classe politica europea.

La prima frase del punto tre ci ricorda che la capacità d’indebitamento dei singoli paesi della zona Euro non dipende dai limiti sanciti dal trattato di Maastricht, ma dal livello di debito accumulato dai singoli paesi: se si ha un debito elevato, si possono anche ignorare i parametri, come segue il punto tre, ma non per questo si troverà qualcuno disposto a prestare denaro per finanziare le spese in eccesso. Queste affermazioni si basano su una precisa ideologia che accomuna gli stati a cittadini privati, a “buoni padri di famiglia” come direbbe qualcuno, secondo cui gli stati non possono indebitarsi all’infinito vivendo sopra le proprie possibilità.

Tuttavia queste affermazioni devono fare i conti con una serie di avvenimenti accaduti negli ultimi anni che hanno posto i bilanci degli stati occidentali sotto una luce diversa.

Dalla crisi finanziaria, infatti, le banche centrali dei paesi più sviluppati hanno lanciato una serie di politiche monetarie “non convenzionali”, che hanno cambiato la percezione che molti addetti ai lavori avevano sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.

Con il lancio del QE le banche centrali hanno cominciato ad acquistare i titoli di stato dei rispettivi Paesi sui mercati secondari in modo massiccio.

Gli acquisti di titoli di stato giapponesi da parte della BoJ (Bank of Japan) sono aumentati vertiginosamente fino a raggiungere in percentuale più del 50% del totale.

E allo stesso tempo il tasso d’interesse sui titoli Giapponesi è sceso gradualmente fino ad a raggiungere territori negativi.

Intervistato dalla testa CNBC, Doug Peebles, chief investment officer di AB Fixed income, quasi un anno fa si è espresso così: “The yield curve control policy puts a fix on the price…They own 80 percent of the [10-year government bond] market, so what’s the point of trading?”. Che tradotto significa: La politica sul controllo della curva dei rendimenti (della BoJ nda) mantiene il prezzo fisso, la BoJ detiene l’ottanta percento dei titoli con scadenza decennale, perciò non ha senso entrare nel mercato.

Quello che Doug Peebles ci sta dicendo è molto semplice: gli investitori sarebbero interessati a comprare titoli di stato Giapponesi, anche se il debito pubblico nipponico ha raggiunto livelli considerati “insostenibili” da molti economisti o se paragonato ai limiti imposti dai trattati europei, tuttavia la politica monetaria di massicci acquisti di titoli di stato della banca centrale impone un tasso d’interesse molto basso, ciò lascia poco spazio di manovra per gli investitori.

Come ha spiegato al Sole24ore uno dei dirigenti del gruppo Kairos:“Il Qe del Giappone non ha limiti quantitativi e viene attuato per mantenere il livello dei tassi a livello desiderato, cioè 0 per la scadenza a 10 anni. In sostanza, la BoJ fa una manutenzione della curva del debito comprando sul secondario titoli per un controvalore molto vicino al deficit annuo, 6-7% del Pil. In questo caso il Qe alla giapponese può essere accostato al concetto di monetizzazione”.

Il punto fondamentale che queste dichiarazioni mettono in luce è il seguente: un paese finanziariamente sviluppato, che abbia una banca centrale pronta ad acquistare i titoli di stato del paese in questione, non ha problemi di sostenibilità delle proprie finanze. Quello che il Giappone, ma anche la Banca Centrale Europea con il QE, sta insegnando al mondo è proprio che, anche con un livello di debito pubblico elevato, si possono ancora avere tassi d’interesse bassi ed investitori volenterosi di acquistare titoli. Ciò che rende sostenibile un debito pubblico, a differenza dei debiti privati, è la presenza o meno di una banca centrale che sia coordinata con il governo.

Questa è, ad oggi, la maggiore debolezza istituzionale della zona Euro: la creazione di una banca centrale slegata dai singoli governi, che non ha come priorità quella di garantire il debito pubblico dei singoli paesi, rende automaticamente tutti gli stati della zona euro a rischio default.

Il programma di acquisto di titoli da parte della BCE ha risolto, non definitivamente, questa debolezza. Più che riuscire a stimolare l’economia, infatti, gli interventi della Banca Centrale Europea hanno mostrato al mondo quanto sia importante per un singolo governo avere una banca centrale che possa intervenire sui mercati per sostenerne il debito pubblico.

Tuttavia l’inclusione dei vari paesi nel programma di acquisto di titoli è stata legata alla ferrea applicazione dei parametri europei e alla convergenza di medio periodo verso il pareggio di bilancio. L’aumento dello spread che ha interessato l’Italia dall’insediamento del nuovo esecutivo è stato dovuto in parte alle posizioni dichiaratamente euroscettiche, almeno prima delle elezioni, dei due partiti formanti il governo, ma anche alla volontà dell’esecutivo di deviare, seppur timidamente, dalla convergenza verso il pareggio di bilancio. Tali posizioni comprometterebbero, in caso di rifiuto da parte della commissione europea della legge di bilancio e di downgrade del nostro debito pubblico a livello “junk”, gli acquisti dei nostri titoli di stato e l’implicita garanzia data dalla BCE sul nostro debito pubblico. In un contesto del genere la capacità di sostegno al settore finanziario del governo viene molto ridimensionata e allo stesso tempo i titoli di stato detenuti nei conti degli istituti finanziari non rappresentano più un asset primario da utilizzare come collaterale per ottenere liquidità. La possibilità di uno scenario del genere spinge gli acquirenti di titoli di stato a spostarsi su altre attività finanziarie ritenute più solide, con il conseguente aumento degli spread.

Collegare gli interventi della banca centrale in sostegno delle passività dei paesi membri alla convergenza verso i parametri europei, risulta inadeguato visti gli alti livelli di sotto utilizzazione delle risorse e il taglio delle stime di crescita globale. Correggere questo elemento di fragilità è essenziale per la sopravvivenza dell’Euro.

Il punto tre prosegue parlando della necessità di un aumento degli investimenti europei: ad oggi, come riportato nel manifesto, circa l’80% del budget europeo è composto da trasferimenti dagli stati membri; dovrebbe, invece, essere finanziato con fondi dell’Unione Europea.

Per quanto l’idea di aumentare gli investimenti sia esattamente quello di cui c’è bisogno, non è chiaro in che modo debbano essere finanziati.

L’implementazione di una qualche forma di tassa europea non sembra di facile e rapida attuazione, almeno nel breve periodo. Le altre forme di finanziamento resterebbero quelle di emissioni di “Eurobond” da collocare sul mercato o il finanziamento diretto da parte delle Banca Centrale Europea tramite emissione di nuova moneta. Entrambe le soluzioni sarebbero congeniali, poiché aumenterebbero le risorse finanziarie nel settore privato, che continua ad essere alla ricerca di attività finanziarie da poter spendere e risparmiare, ma non sembrano realizzabili se guardiamo alle basi istituzionali e ideologiche dell’Unione Monetaria.

La BCE nasce con il presupposto di non finanziare le spese degli stati membri per non aumentare l’inflazione e per limitare aumenti di spesa per fini elettorali: difficilmente quindi potrà cambiare il suo statuto per finanziare direttamente il bilancio europeo.

La creazione di Eurobond è un’idea vecchia, essa non solo permetterebbe l’indipendenza del bilancio europeo dai trasferimenti dei singoli stati membri, ma contribuirebbe alla creazione di un mercato finanziario europeo completamente integrato con una attività finanziaria di riferimento invece di tante singole attività per quanti sono i paesi aderenti alla moneta unica. Tuttavia l’idea di un Eurobond ha sempre incontrato ostilità da parte dei paesi del blocco centrale, prima tra tutti la Germania.

L’Italia, e l’Europa tutta, soffrono di un cronico problema di domanda, come ha affermato in più di un’occasione Mario Draghi. Questa situazione deriva principalmente da una bassa capacità di spesa delle famiglie, con un impatto diretto sul fatturato delle imprese.

Il motivo per il quale la spesa delle famiglie è bassa deriva dal fatto che il loro risparmio effettivo è al disotto di quello desiderato: chi ha un reddito in questo momento decide di risparmiarlo invece che spenderlo. La dinamica della domanda aggregata dipende in modo cruciale dalla relazione tra domanda di attività finanziarie da accumulare come risparmi e domanda di credito per finanziare spese aggiuntive; quando è maggiore la domanda di attività finanziarie il risparmio è alto e la domanda cala.

Come fare allora per far raggiungere alla famiglie il livello di risparmio desiderato in modo da far ripartire le spese? La risposta a questa domanda si trova nella natura delle attività finanziarie che vengono solitamente accumulate come risparmi: depositi bancari, titoli di stato, certificati di credito, contante, ecc. non sono altro che passività, cioè debito, emesse da qualche agente economico che vengono detenute come credito da un secondo agente; i depositi sono una passività delle banche ma un’attività delle famiglie che li detengono, il contante o i titoli di stato sono passività del governo ma attività del settore privato. Per ogni euro risparmiato in più nell’economia deve necessariamente esserci un euro in più di debito emesso da un secondo soggetto che abbia deciso di spendere più di quanto guadagni. Non si può fuggire da questa relazione.

Per far arrivare il risparmio a livello desiderato e far ripartire le spese delle famiglie l’Europa ha bisogno di maggiore, non minore, debito.

La BCE ha cercato di perseguire questo obiettivo con le sue politiche monetarie: la diminuzione dei tassi d’interesse avrebbe dovuto aumentare il credito bancario, cioè il debito di qualche soggetto economico, stimolando così la domanda aggregata; quando il credito bancario non è aumentato nel modo desiderato la BCE ha provato con la svalutazione del cambio, cercando di far ricadere l’onere dell’indebitamento su paesi stranieri. Ma anche questa soluzione non ha centrato l’obiettivo.

L’unica soluzione rimasta sarebbe quella di far aumentare la spesa dei governi della zona euro, così da permettere alle famiglie di raggiungere il livello di risparmio desiderato e riattivare il circolo virtuoso della spesa privata. Questa soluzione potrebbe essere attuata permettendo maggiori disavanzi ai governi e permettendo l’intervento della BCE se dovessero esserci problemi nel collocamento dei titoli di stato sul mercato. Una tale politica avrebbe un impatto diretto sull’occupazione, sui redditi da lavoro e sul fatturato delle imprese; non contando il cambiamento di percezione che i cittadini avrebbero dell’Unione Europea.

Ogni manifesto che voglia cercare di salvare l’Europa dovrebbe concentrarsi nel risolvere queste criticità, smettendola di perseguire una ideologia dei conti di bilancio che si è dimostrata quantomeno inadeguata nel risolvere la crisi che stiamo affrontando.

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Qualche riferimento:

https://www.cnbc.com/2018/04/09/something-strange-is-happening-with-japans-bond-market-hardly-anyone-is-trading-it.html

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-06-21/monetizzare-e-cancellare-debito-paesi-che-fanno-e-come-funziona-172411_PRV.shtml?uuid=AE5ZfLAF&fbclid=IwAR01054UASZ2BtviFmZyZ9Sf03JBuie_X-iCd73EVKsG6-bxfKjyDBGSAks

https://www.japanmacroadvisors.com/page/category/economic-indicators/financial-markets/jgbs-held-by-boj/

https://www.ft.com/content/d2793ddc-b1d0-11e8-99ca-68cf89602132

https://www.ft.com/content/e37c8152-63e7-11e8-a39d-4df188287fff

A. Terzi, “A T-shirt model of savings, debt, and private spending: lessons for the euro area,” European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, Vol. 13, No. 1, 2016, 39–56, 2016

Sanità privata, sanità malata

Sanità privata, sanità malata

di Anonimo

Tra le tante cose di cui non si parla in questo congresso senza dibattito c’è la sanità e la sua privatizzazione strisciante.
Come denunciato da molte indagini e approfondimenti, il costante taglio ai fondi e il mancato turn over del personale sta portando via via il sistema non solo ad integrare i propri servizi con la sanità privata, ma addirittura a considerare il privato cosìdetto “convenzionato” il perno di tutto il sistema.
Tra i tanti esempi di questo processo il caso dell’Ospedale Gemelli a Roma, grande polo sanitario privato cattolico, che recentemente è stato promosso a HUB di alcuni servizi sanitari dalla Regione Lazio facendo retrocedere le strutture pubbliche nella medesima area.
I fenomeni di “privatizzazione strisciante” sono molti ma ormai da anni il meccanismo principale è quello della convenzione dove il servizio sanitario paga la prestazione effettuata dall’utente presso le strutture private appunto in base ad una convenzione.
Ma cosa succede quando la prestazione non è gratuita per l’utente del servizio sanitario nazionale? Per dirla più semplicemente, cosa succede quando bisogna pagare il “ticket”?
Si verifica un fenomeno incredibile di cui ad oggi nessuno parla e che merita di essere denunciato.
Quando l’utente si presenta alla struttura convenzionata può accadere che i privati offrano la stessa prestazione a un prezzo inferiore a quello previsto dal ticket. Ottimo direte voi, meno costi. Ma è una truffa perchè il sistema pubblico a cui normalmente ci si riferisce organizza le prenotazione e distribuisce le prestazioni. Quando l’utente arriva all’ospedale privato invece che pagare il ticket pubblico l’utente si serve direttamente dal privato che invece che dividere gli introiti con il pubblico incassa tutto per sè.
Questo meccanismo perverso comporta che il privato sia incentivato ad abbattere i costi ovviamente intervendo sugli stipendi e sulla qualità del servizio per poter incassare il prezzo dell’intera prestazione e non solo la percentuale prevista dal servizio sanitario nazionale.
Questo processo già in atto porterà, mano a mano, allo smantellamento del pubblico fino a quando qualcuno dirà “ma perchè continuare a pagare strutture pubbliche se ci sono le private?”.
Le conseguenze di questo processo potrebbero essere irrimediabili e la differenza che già oggi c’è nei servizi (ad esempio tra il sud e il nord, ma anche tra zone depresse e zone ricche del Paese) rischierà di divenire incolmabile.
Questa situazione va denunciata con forza: è necessario ascoltare e dare voce alle proteste di migliaia di medici in tutta Italia e affrontare il problema invece che metterlo sotto il tappeto come nel Lazio e in tante altre Regioni d’Italia.
Il fulcro del servizio sanitario nazionale, come è ovvio che sia, deve essere la struttura pubblica con i dipendenti e i medici assunti dal pubblico. Il tutto deve essere diretto come un servizio pubblico e non come un’attività imprenditoriale.
Partendo dalla denuncia di questa concorrenza al ribasso si può costruire una nuova visione della sanità che torni ad investire, ad assumere e non a tagliare o “privatizzare”.
Se non difendiamo la sanità e la previdenza pubblica non difendiamo la nostra democrazia e la nostra Costituzione.
Ripartiamo da qui.

La mia Sicilia sta morendo

La mia Sicilia sta morendo

La Sicilia, la quarta regione con il più alto numero di abitanti, entro il 2065 potrebbe perdere un quarto della popolazione, a causa dell’emigrazione giovanile e della bassa natalità.

La mia regione sta morendo e non interessa a nessuno, si sta spopolando ogni giorno. Tra i comuni che hanno più residenti iscritti al registro degli italiani all’estero ci sono Aragona, Palma di Montechiaro, Licata, Favara. Praticamente sta scomparendo parte della provincia di Agrigento.

La Sicilia è diventata una causa persa per i giovani, non ci studiano né ci lavorano (la regione è la prima per numero di Neet in Europa). Anche per i politici la Sicilia è diventata una causa persa, vengono qui solo per chiudere la loro campagna elettorale, mai per aprirla ed effettivamente perché dovrebbero? Non sanno cosa farci, l’unica cosa di cui parlano è di turismo. Mare, sole, bagni, spiagge, perché la mia regione ha senso di esistere solo in estate.

La Sicilia figura all’ultimo posto nelle classifiche nazionali per il grado d’istruzione dei propri cittadini. I siciliani si fermano alla terza media, c’è una disparità enorme con il Nord Italia, un dato che peggiora dal 2017 secondo i dati Istat del 2018. Sosteniamo anche un record negativo per abbandoni scolastici, che però è migliorato rispetto a una decina d’anni fa (dal 20,8% del 2006 al 13,8% del 2016). Sono calate pure le iscrizioni nelle principali università siciliane, gli studenti preferiscono migrare al Nord anche per via delle borse di studio, se ne assegnano molte di più al Nord. La Sicilia, insieme alla Calabria e alla Campania, è la regione dove se ne assegnano meno, un idoneo su due non la riceve.

Altra piaga è l’astensionismo, abbiamo smesso di votare, giovani e vecchi, di più i giovani perché vivono fuori e non hanno interesse a tornare per votare. I voli sono low-cost solo se vuoi partire per Girona o per Baden-Baden, fare un viaggio in treno o in autobus è solo per i disperati. Ma anche se ci fossero tutte le agevolazioni per viaggiare, i giovani non tornerebbero lo stesso per votare perché è finita pure la passione o l’interesse per cambiare o migliorare la Sicilia.

La mia generazione viene chiamata “Generazione Erasmus”, questa generazione non esiste, non è mai esistita in Sicilia. Perché chi parte solitamente lo fa per andare a lavorare a Londra come cameriere o lavapiatti, i più fortunati fanno gli infermieri in Germania o si aprono una gelateria in Belgio. Quarantottomila giovani siciliani vivono all’estero, tanti altri vivono nel Nord Italia. Bisogna chiedersi quanti vorrebbero tornare, sembra che non interessi più a nessuno.

Una risposta, una provocazione e una proposta.

Una risposta, una provocazione e una proposta.

Cari Compagni del X Municipio,

grazie per avermi taggato nella vostra nota, ci conosciamo bene e io conosco bene il vostro lavoro e non posso che rispondervi subito e rilanciare.
Il problema delle concessioni balneari è molto complicato e riguarda tutto il paese. Come giustamente scrivete dovremmo osare di più non solo su queste, ma su tutte le concessioni pubbliche.
Quando parliamo di spiagge, di mare, parliamo di beni comuni fondamentali, dobbiamo smetterla di pensare che l’unico modo di gestirli sia dandoli al privato.
Vi voglio provocare: questa volta sulla ruspa dovremmo salire noi. Non per sgombrare dei poveracci senza casa, ma per mettere fine all’ignobile pratica di lucrare sui beni dello Stato negando a tutti noi di godere dei beni comuni come il mare.
Il vostro territorio ha potenzialità enormi eppure è teatro di vicende gravissime e di evidenti smacchi come quel lungomuro che fa diventare i diritti di tutti noi un’eccezione. Deve essere l’esatto contrario, il mare deve essere libero e solo in casi particolari il privato dovrebbe presentarsi sempre a condizione di non limitare la libera fruizione del mare.
In queste vicende si annidano, infatti, illegalità di ogni genere ed è acclarata la presenza di organizzazioni criminali.
Parliamoci chiaro, davanti a tutto questo bisognerebbe agire immediatamente senza aspettare direttive, cavilli, questioni di ogni genere.

Come spesso si dice, il silenzio è complice.

Non è un caso che il PD sia molto debole su queste vicende. Negli ultimi due anni le forze parlamentari e la dirigenza nazionale hanno provato a mediare in modo fallimentare tra le proteste degli operatori e le richieste di applicazione delle direttive e di intervento sui territori.
Va detto che in alcuni casi di gestione privata di concessioni pubbliche, non quelle balneari, a detenere piccole concessioni come quelle dei banchi su strada o altre micro-attività sono lavoratori come gli altri a basso reddito e, quindi, a bassa mobilità nel caso in cui perdano la loro concessione ritrovandosi senza lavoro. Se non si tiene conto di questo, a pagare saranno sempre i deboli e non gli speculatori.*
Ma c’è un elemento in più: le battaglie per la legalità, per il mare e, in generale, per i beni comuni sono fondamentali nel nostro cammino di democratici.
Per farla breve, non ho alcun problema a rispondervi che avete ragione, che si tratta di uno scandalo e che se vogliamo cambiare dovremmo avere il coraggio di smuovere le cose, riscoprendo anche il valore e la funzione del conflitto perfino con l’istituzione. La scelta del Ministro va contestata ed è necessario aprire un dibattito, a partire dal nostro interno, sulle concessione ai privati dei beni pubblici. Perchè fino ad oggi la nostra linea – se mai ce n’è stata una – non è stata chiara.
Voglio, però, anche lanciarvi una sfida insieme a tutto il comitato (che conoscete bene) così come voi la lanciate a noi: vediamoci a Ostia (o dove volete voi) per scrivere un contributo breve, semplice e netto che parli di legalità, beni comuni, giustizia, insomma dove raccontare il lavoro che avete fatto coraggiosamente in questi anni. Secondo me vale la pena trasformarlo in un esempio da raccontare a livello nazionale. Io spero di non essere l’unico che vi risponderà ma ci tengo di cuore a farvi sapere che sarei onorato di rappresentare le vostre istanze con tutta la forza necessaria che da molti per molti anni è mancata.

Un forte abbraccio, compagni

Dario.

*È pur vero che anche lì si verificano episodi di sfruttamento con banchi affittati poi a loro volta a stranieri o altri creando così una catena di abusi, illegalità e sfruttamento intollerabili. Come pure è vero che molte concessioni sono illegali e stanno in piedi solo per l’inerzia perpetrata negli anni.

“Questo è il paese dei Regeni e delle Romano”

“Questo è il paese dei Regeni e delle Romano”

di Anonimo

Ciao Dario,
mi chiamo come te, ma preferirei non dirti il cognome perchè non ho voglia di insulti e sbeffeggiamenti.
Forse ti scrivo perchè ho visto il trattamento che ti hanno riservato dopo il tuo intervento, penso ad un’assemblea del PD, dove hai detto una cosa fuori posto o meglio forse sembravi tu fuori posto forse perchè secondo qualcuno tutti i posti giusti sono già occupati.
Io però non mi occupo di politica né di medicina ma di cooperazione internazionale.
Attualmente sono fuori dall’Italia per questo ma ogni sera seguo un po’ sulla rete quello che si dice nella mia Italia.
Quello che ho letto in questi giorni su chi fa cooperazione e volontariato internazionale è incredibile.
Puoi immaginare cosa penso dell’attuale Ministro dell’Interno e mi sembra di capire che siamo d’accordo.
Ma tu che dici che le cose vanno cambiate nel tuo PD penso che a tutto questo livore e vigliaccheria dovresti rispondere.
La mia, la nostra Italia è rappresentata da persone che contano il numero di morti e respinti per fare a gara a chi è più efficiente.
Io non ho votato PD alle ultime elezioni perchè da molto tempo so che dire “aiutiamoli a casa loro” è una frase non solo razzista ma vigliacca per lavarsi la coscienza dalla idea ignobile e stupida che dalla sofferenza di un altro possa derivare la nostra salvezza.
Te lo dico io che le persone “le aiuto a casa loro”, e più stai fuori è più ti è chiaro che tutto è collegato non c’è nessuna salvezza singola.
Questa frase vigliacca è passata di bocca in bocca e anche Renzi lo ha detto portando il tuo PD verso un razzismo strisciante senza che questo comportasse la sua fine politica.
Nessuno dalle vostre parti sembra essersi scandalizzato per questo o non ha potuto dirlo, chissà forse per questo scattano così quando dici che dovete smetterla di dire “io sono meglio di te”.
Che poi è la premessa per dire “rimani dove sei”, non sei benvenuto.
Io penso che tu lo debba dire che questo è il paese dei Regeni e delle Romano, e mentre chi prova a vedere cosa c’è oltre il mediterraneo è nel migliore dei casi un idiota qui in Italia portano via in ceppi Lucano a Riace, un altro che forse come te è fuori posto ma per lo meno non pensa “io sono meglio di te”.
Te lo scrivo qui, te lo scrivo così, fai quello che vuoi con questa lettera, io vedo tante cose ogni giorno e penso che un giorno esploderò anche io e dovrò raccontare.
Ma ognuno sceglie il suo tempo, tu hai scelto questo, forse è una pessima scelta, ma ammiro il tuo coraggio.
Usalo anche per stare dalla parte di chi magari non è maggioranza ma non è vigliacco.
Il nostro mondo è la nostra casa, teniamola su.
Ciao e in bocca al lupo.

Centonovantaquattro

Centonovantaquattro

di Giulia Titta

Se gli uomini potessero concepire a quest’ora l’aborto sarebbe un sacramento” Florynce Kennedy

Mentre l’Irlanda ha finalmente legalizzato l’aborto sancendo un momento storico per un Paese in cui la religione cattolica è molto influente e in cui il divieto di abortire era addirittura sancito nella costituzione, in Italia invece succede che in un liceo di Monopoli alcuni esponenti dell’associazione Movimento Per La Vita hanno fatto “lezione” ad alcune classi liceali spiegando l’aborto come quella pratica tramite cui “si estraggano pezzi di gambe e braccia di bambini già formati”. Inoltre hanno comunicato agli studenti che l’aborto farmacologico provoca gravi emorragie mentre quello chirurgico porta all’aspirazione del feto “che se va bene viene estratto intero altrimenti a pezzi”.

Manco nei peggiori film splatter di serie B.

Io che sono una ragazza del secolo scorso, come direbbe la compagna Rossanda, e che uso molto spesso il motto femminista “il personale è politico”, sento questo tema “particolarmente mio”.

Lo scorso anno come Giovani Democratici dell’Umbria, delle Marche e della Toscana abbiamo messo in piedi un’iniziativa chiamata “Organa” (in onore alla principessa meno principesca del mondo, Leia Organa di Guerre Stellari) e in quell’occasione abbiamo trattato vari temi di genere tra cui l’aborto. Per arrivare preparati all’evento abbiamo elaborato un documento che analizza sia la materia dal punto di vista socio-sanitario, sia le criticità riscontrate nelle nostre regioni in primis e poi in tutta Italia circa l’applicazione della legge 194/1978 nelle strutture sanitarie, avanzando anche proposte sul tema.

A quasi un anno da quella iniziativa, l’assemblea legislativa della mia regione, l’Umbria, ha finalmente esteso l’utilizzo della pillola abortiva RU486 in tutti gli ospedali, consentendo alle donne che scelgono di effettuare l’interruzione di gravidanza farmacologica di non dover arrivare da tutta la regione fino a Narni o Orvieto, che fino ad oggi erano gli unici ospedali a somministrarla, ma consentendo così questa possibilità in tutto il nostro territorio. Per noi GD umbri questa è stata un’ottima notizia visto quanto ci siamo spesi e continueremo a spenderci in materia.

Oggi, però, leggendo i giornali nazionali e apprendendo la notizia delle fantomatiche lezioni del Movimento per la vita in quel liceo pugliese mi sono chiesta: è possibile che ci sia ancora tutta questa disinformazione a riguardo? É possibile trattare una tematica delicata come quella dell’interruzione di gravidanza con tale violenza e superficialità? É possibile, inoltre, che ci sia davvero qualcuno che voglia eliminare il nostro legittimo diritto all’aborto riportandoci nel medioevo?

Evidentemente si, ed è un problema bello grosso.

In Italia, da quasi 40 anni, esiste la legge 194 che garantisce il diritto alla “procreazione cosciente e responsabile”. In altre parole, la donna è libera di scegliere se portare a termine la gravidanza o interromperla. Nel nostro paese, però, abortire non è così semplice come vogliono farci credere i “movimentisti” poiché la 194 sta diventando purtroppo una legge fantasma.

Quella che dovrebbe essere una scelta garantita dallo Stato si sta trasformando in un calvario, tra carte da far firmare e medici obiettori. L’obiezione di coscienza, infatti, sta raggiungendo numeri mai visti, al Nord come al Sud e il problema continuerà a crescere a causa del ricambio dei medici; man mano che la vecchia guardia va in pensione iniziano a sparire i medici disposti a dedicarsi a questa pratica. A questa situazione già drammatica si aggiunge la chiusura dei consultori, per non parlare poi del Sistema Sanitario Nazionale sempre più scadente: con le leggi sui tagli e sugli accorpamenti purtroppo sempre più punti nascita (con relativi reparti di ginecologia e ostetricia) vengono chiusi e la possibilità di abortire diventa sempre più un miraggio in diverse parti d’Italia. Ed ecco allora che per molte donne inizia un’odissea tra porte sbattute in faccia, pellegrinaggi tra le varie città o addirittura regioni per trovare medici non obiettori, prenotazioni, giornate perse a fare la fila, spesso per non ottenere nulla, con la gravidanza che si spinge sempre più in avanti, spesso superando anche i tempi entro cui l’interruzione è permessa (tempi già di per sé molto stretti, e tra i più bassi per quanto riguarda il diritto all’aborto nell’Unione Europea).

Il problema dell’obiezione di coscienza è ben più grande di quanto si possa immaginare: per sottoporsi a un aborto non c’è bisogno solo di un medico, ma anche di un anestesista, un ferrista e un infermiere che non siano obiettori.

Spesso poi l’aborto è l’ultima spiaggia: moltissimi casi infatti potrebbero essere evitati con la contraccezione di emergenza. Ma ecco che anche qui compare il problema dell’obiezione e della poca “informazione dei farmacisti italiani”.

Dal 9 maggio 2015 le maggiorenni possono acquistare in farmacia EllaOne, la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo, senza ricetta medica e senza dover eseguire un test di gravidanza. Il problema dell’obiezione si presenta poiché sono in molti a considerare ancora questa pillola abortiva. Ma non è così e lo si può leggere anche sulla scatola: il farmaco ritarda il periodo dell’ovulazione di alcuni giorni, abbassando il rischio di rimanere incinta; pertanto non si tratta di un farmaco abortivo, ma a tutti gli effetti di un farmaco anticoncezionale. Ora, il problema è che molti farmacisti continuano a chiedere la ricetta, rifiutandosi di vendere il contraccettivo. Ed ecco il serpente che si morde la coda: i farmacisti chiedono la ricetta, per la ricetta ci vuole un medico, il medico non deve essere obiettore e la trafila riparte.

Ragazze che state leggendo, sappiate che rifiutarsi di vendere un farmaco anticoncezionale appellandosi all’obiezione di coscienza in merito all’aborto costituisce reato, ai sensi del Regio Decreto 30/09/1938 n. 1706 e dell’Art. 328 del Codice Penale e che, dunque, almeno questo problema può essere combattuto da chiunque.

Ma torniamo a gamba tesa sul tema dell’aborto.

Con la Legge 194 del 1978 si è stabilito che in Italia una donna può effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni e se è un aborto terapeutico entro il secondo trimestre. Dopo il colloquio il medico rilascerà un certificato e ci sarà una pausa di riflessione di sette giorni, proprio per valutare con calma se fare l’interruzione o se c’è qualche ripensamento. Se si è minorenni bisogna essere accompagnati da un genitore, oppure nel caso in cui non ci siano i genitori o non li si voglia informare, è l’assistente sociale che si dovrà rivolgere al giudice dei minori, per far sì che quest’ultimo rilasci un certificato per l’autorizzazione all’aborto.

È possibile scegliere se eseguire l’intervento in anestesia generale o locale; di solito il metodo più usato è quello di Karman che prevede l’aspirazione del contenuto presente nell’utero e di un leggero raschiamento di pulizia. No, non si tagliuzzano via bambini già formati, mi dispiace per voi amanti dell’horror.

Un altro metodo abortivo è quello farmacologico con la pillola RU-486, un trattamento che causa il distacco del feto dall’utero. La RU-486 non è la pillola del giorno dopo di cui sopra, ma è una pillola che consente di abortire farmacologicamente ed è alternativa all’intervento invasivo vero e proprio. Ma le regole burocratiche ne rendono quasi impossibile l’utilizzo: solo in alcune regioni si procede in day hospital, per il resto è prevista una degenza di tre giorni e inoltre, a differenza degli altri Paesi europei, esiste l’obbligo di prenderla entro 7 settimane (e non nove) e di far trascorrere una “pausa di riflessione” tra la richiesta e l’assunzione. In pratica, il metodo meno invasivo e pesante per la donna, è anche quello più limitato ed ostracizzato. Bene.

Ricapitolando: in Italia l’aborto è tutelato dalla legge, eppure é possibile farlo solo in 6 strutture pubbliche su 10. La causa? Torniamo a ripeterci: il numero altissimo di ginecologi obiettori che rendono l’IVG un percorso ad ostacoli in cui anche la geografia ha un peso. La media nazionale dei medici obiettori di coscienza nel nostro Paese ha raggiunto il 70%, con picchi di oltre il 90% (Molise, Trentino Alto Adige e Basilicata). La Regione Lazio finora è stata l’unica a indire il concorso per i medici non obiettori per tutelare questo diritto. La richiesta di abortire per una donna non dovrebbe essere trattata come una lotteria che dipende dalla fortuna della paziente o dal posto dove vive.

Infatti, secondo i dati del Ministero della Salute, quasi il 10% delle italiane non riesce ad abortire nella propria regione. Una situazione che nel 2016 è costata al nostro Paese un richiamo da parte del Consiglio d’Europa per “violazione del diritto alla salute e discriminazione dei medici non obiettori” dopo una denuncia presentata dalla CGIL.

La Società Italiana Ginecologia e Ostetricia denuncia poi che chi pratica aborti in ospedale spesso viene isolato dai colleghi. A volte la linea viene dettata dal Primario: se è obiettore, più frequentemente sarà circondato da colleghi obiettori. In altri casi invece è una scelta per facilitarsi la vita: occuparsi di IVG non ha ricadute positive sulla carriera, né da adito a particolari riconoscimenti economici.

La difficoltà di accesso ai servizi IVG in Italia ha un’ulteriore conseguenza: tante donne scelgono di andare all’estero o ricorrono agli aborti clandestini, tornati al centro del dibattito nel gennaio 2017 per un decreto legislativo che punisce con multe dai 5mila ai 10mila euro le donne che vi si sottopongono. I dati più recenti fanno riferimento al 2012 e stimano dai 12000 ai 15000 “aborti nascosti”, spesso praticati dalle fasce più deboli come le straniere immigrate e le prostitute. Anche se non esistono più le faccendiere di un tempo che praticavano aborti casalinghi in ambienti non sterili, queste interruzioni di gravidanza clandestine continuano ad essere praticate con farmaci facilmente reperibili sul web: pochi secondi di ricerche sono sufficienti per trovare e-pharmacies illegali che vendono medicinali senza bisogno della prescrizione medica. Secondo la piattaforma legitscript.com ne esistono 35.610 in tutto il mondo, il 95% delle quali è illegale. E come se così non fosse già abbastanza semplice, basta affinare un po’ la ricerca e digitare le parole chiave ‘Abortion kit’ ed ecco qua che escono e-pharmacies dedicate esclusivamente a questo.

Un’altra conseguenza dell’iter ad ostacoli per ottenere una IVG riguarda il “dopo”: per quanto il senso (ingiustificato) di vergogna che circonda l’aborto stia diminuendo, ancora oggi continua ad essere un bivio doloroso nella vita di una donna. Alcuni consultori offrono incontri a distanza di settimane e mesi con una psicologa, ma non tutte le strutture sanitarie e ospedaliere offrono questo servizio. E molte volte chi abortisce preferisce non parlarne più; ma la solitudine aggrava la ferita profonda che l’interruzione porta con sé che si può manifestare anche a distanza di anni come depressione, isolamento o paura nel costruire una nuova famiglia.

Ora, di tempo ne è passato dal 1978, le cose certamente sono cambiate, ma ancora si discute sulla legge 194 e continuano le manifestazioni dei pro-vita addirittura tese a raccogliere le firme per un referendum abrogativo della stessa. A questo si aggiunge che gli obiettori nel nostro paese continuano a esserci e ad esercitare un potere che non dovrebbero avere, l’aborto clandestino sta tornando in uso tra le fasce più deboli, soprattutto tra le donne straniere, e chi di dovere fa finta di nulla. Ma noi non possiamo permettere che la situazione peggiori ulteriormente.

Nella Direzione Nazionale GD svoltasi a Catania in occasione della Festa Nazionale del Partito Democratico nell’estate 2016, i Giovani Democratici delle Marche presentarono all’assemblea alcune proposte, ampliate poi grazie a Organa, che vorrei potessero essere fatte proprie dal Partito Democratico e in primis dal futuro Segretario del Partito:

1) Bandi d’assunzione con pari quote per medici obiettori e non obiettori all’interno degli ospedali pubblici, e bandi d’assunzione riservati a medici non obiettori per i consultori.

2) Deroga del blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

3) Concorsi pubblici riservati ai medici non obiettori come già in uso nella sola Regione Lazio.

4) Utilizzo di ginecologi “a gettone” – mobilità dei ginecologi dove c’è il pericolo di interruzione del servizio.

5) Differenziazione economica tra medici obiettori e non: una volta preso atto che l’obiezione di coscienza impedisce, de facto, ad un medico di garantire gli stessi servizi lavorativi per cui viene pagato un medico non obiettore, si potrebbe pensare ad una differenziazione economica per le due figure, con un bonus economico a prestazione per medici che praticano IVG. Tale soluzione non risulterebbe in uno scompenso economico per i medici obiettori. In questo modo, si troverebbe anche una soluzione (seppur temporanea) alla discriminazione di stampo economico e lavorativo denunciata più volte dal Consiglio d’Europa per l’Italia.

6) Differenziazione delle strutture mediche: sul modello del National Health Service del Regno Unito, una suddivisione dei centri ospedalieri in abortivi e natali potrebbe migliorare la situazione. In particolare, sarebbe d’auspicio la progettazione di almeno un centro abortivo in ogni ASL, dove venga richiesto che il personale medico non obiettore non sia mai inferiore al 50% ad ogni turno lavorativo per ogni tipo di specializzazione, e dove la mobilità sia limitata ai medici obiettori in surplus da tali strutture a strutture ospedaliere natali.

7) Potenziamento e rilancio del corretto funzionamento dei consultori pubblici. Riteniamo che ad essi in tutta Italia debba essere riconosciuto e garantito il ruolo, fondamentale, di assistenza alle donne che si rivolgono a loro; il ruolo di punto focale di informazione per tutte le pratiche necessarie all’accesso all’IVG, burocratiche o mediche che siano; il ruolo di promotori della salute della donna. Ai consultori, inoltre, potrebbe essere demandato il compito di fare corretta informazione sulle pratiche abortive, a livello medico e culturale, per le donne provenienti da Paesi extracomunitari, per evitare l’attuale abuso di ricorso reiterato all’IVG o all’aborto farmacologico “fatto in casa”. Sarebbe inoltre opportuno far assistere la donna che ricorre all’IVG da un team di specialisti (ginecologi, ostetrici, chirurghi, psicologi, ecc), il quale possa garantirle il corretto svolgimento della preparazione, dell’operazione, e del decorso della procedura abortiva.

8) Somministrare la RU-486 in consultorio in tutta Italia come proposto nel Lazio, sperimentazione che però deve essere a nostro avviso ampliata e migliorata partendo da una profonda revisione della “struttura consultorio”, poiché se esigenze particolari possono richiedere un regime di ricovero ordinario anche nei casi di IVG farmacologica, i consultori ad oggi non sono assolutamente in grado di garantire un tale servizio.

9) Promozione di corsi di educazione alla sessualità, all’affettività e alle differenze di genere e alla prevenzione nelle scuole.

Queste proposte sono nate dalla profonda convinzione che i fattori determinanti dell’agire politico debbano essere la ricerca del bene collettivo da un lato e l’evidenza scientifica dall’altro e oggi in Italia entrambe risultano negate. Allora ritengo che in uno Stato laico questa situazione di difficoltà per le donne nell’accesso ai servizi di interruzione della gravidanza è una sconfitta perché significa che la legge 194 non viene in realtà pienamente tutelata.

Di passi in avanti per garantire effettivamente questo diritto a tutte le donne che lo scelgono ne restano ancora molti da fare, a partire da una seria riflessione sull’opportunità di mantenere oggi l’obiezione di coscienza. Perchè la maternità non è un traguardo o un punto di realizzazione dell’essere donna, ma una scelta e come tale deve essere trattata.