“Questo è il paese dei Regeni e delle Romano”

“Questo è il paese dei Regeni e delle Romano”

di Anonimo

Ciao Dario,
mi chiamo come te, ma preferirei non dirti il cognome perchè non ho voglia di insulti e sbeffeggiamenti.
Forse ti scrivo perchè ho visto il trattamento che ti hanno riservato dopo il tuo intervento, penso ad un’assemblea del PD, dove hai detto una cosa fuori posto o meglio forse sembravi tu fuori posto forse perchè secondo qualcuno tutti i posti giusti sono già occupati.
Io però non mi occupo di politica né di medicina ma di cooperazione internazionale.
Attualmente sono fuori dall’Italia per questo ma ogni sera seguo un po’ sulla rete quello che si dice nella mia Italia.
Quello che ho letto in questi giorni su chi fa cooperazione e volontariato internazionale è incredibile.
Puoi immaginare cosa penso dell’attuale Ministro dell’Interno e mi sembra di capire che siamo d’accordo.
Ma tu che dici che le cose vanno cambiate nel tuo PD penso che a tutto questo livore e vigliaccheria dovresti rispondere.
La mia, la nostra Italia è rappresentata da persone che contano il numero di morti e respinti per fare a gara a chi è più efficiente.
Io non ho votato PD alle ultime elezioni perchè da molto tempo so che dire “aiutiamoli a casa loro” è una frase non solo razzista ma vigliacca per lavarsi la coscienza dalla idea ignobile e stupida che dalla sofferenza di un altro possa derivare la nostra salvezza.
Te lo dico io che le persone “le aiuto a casa loro”, e più stai fuori è più ti è chiaro che tutto è collegato non c’è nessuna salvezza singola.
Questa frase vigliacca è passata di bocca in bocca e anche Renzi lo ha detto portando il tuo PD verso un razzismo strisciante senza che questo comportasse la sua fine politica.
Nessuno dalle vostre parti sembra essersi scandalizzato per questo o non ha potuto dirlo, chissà forse per questo scattano così quando dici che dovete smetterla di dire “io sono meglio di te”.
Che poi è la premessa per dire “rimani dove sei”, non sei benvenuto.
Io penso che tu lo debba dire che questo è il paese dei Regeni e delle Romano, e mentre chi prova a vedere cosa c’è oltre il mediterraneo è nel migliore dei casi un idiota qui in Italia portano via in ceppi Lucano a Riace, un altro che forse come te è fuori posto ma per lo meno non pensa “io sono meglio di te”.
Te lo scrivo qui, te lo scrivo così, fai quello che vuoi con questa lettera, io vedo tante cose ogni giorno e penso che un giorno esploderò anche io e dovrò raccontare.
Ma ognuno sceglie il suo tempo, tu hai scelto questo, forse è una pessima scelta, ma ammiro il tuo coraggio.
Usalo anche per stare dalla parte di chi magari non è maggioranza ma non è vigliacco.
Il nostro mondo è la nostra casa, teniamola su.
Ciao e in bocca al lupo.

Centonovantaquattro

Centonovantaquattro

di Giulia Titta

Se gli uomini potessero concepire a quest’ora l’aborto sarebbe un sacramento” Florynce Kennedy

Mentre l’Irlanda ha finalmente legalizzato l’aborto sancendo un momento storico per un Paese in cui la religione cattolica è molto influente e in cui il divieto di abortire era addirittura sancito nella costituzione, in Italia invece succede che in un liceo di Monopoli alcuni esponenti dell’associazione Movimento Per La Vita hanno fatto “lezione” ad alcune classi liceali spiegando l’aborto come quella pratica tramite cui “si estraggano pezzi di gambe e braccia di bambini già formati”. Inoltre hanno comunicato agli studenti che l’aborto farmacologico provoca gravi emorragie mentre quello chirurgico porta all’aspirazione del feto “che se va bene viene estratto intero altrimenti a pezzi”.

Manco nei peggiori film splatter di serie B.

Io che sono una ragazza del secolo scorso, come direbbe la compagna Rossanda, e che uso molto spesso il motto femminista “il personale è politico”, sento questo tema “particolarmente mio”.

Lo scorso anno come Giovani Democratici dell’Umbria, delle Marche e della Toscana abbiamo messo in piedi un’iniziativa chiamata “Organa” (in onore alla principessa meno principesca del mondo, Leia Organa di Guerre Stellari) e in quell’occasione abbiamo trattato vari temi di genere tra cui l’aborto. Per arrivare preparati all’evento abbiamo elaborato un documento che analizza sia la materia dal punto di vista socio-sanitario, sia le criticità riscontrate nelle nostre regioni in primis e poi in tutta Italia circa l’applicazione della legge 194/1978 nelle strutture sanitarie, avanzando anche proposte sul tema.

A quasi un anno da quella iniziativa, l’assemblea legislativa della mia regione, l’Umbria, ha finalmente esteso l’utilizzo della pillola abortiva RU486 in tutti gli ospedali, consentendo alle donne che scelgono di effettuare l’interruzione di gravidanza farmacologica di non dover arrivare da tutta la regione fino a Narni o Orvieto, che fino ad oggi erano gli unici ospedali a somministrarla, ma consentendo così questa possibilità in tutto il nostro territorio. Per noi GD umbri questa è stata un’ottima notizia visto quanto ci siamo spesi e continueremo a spenderci in materia.

Oggi, però, leggendo i giornali nazionali e apprendendo la notizia delle fantomatiche lezioni del Movimento per la vita in quel liceo pugliese mi sono chiesta: è possibile che ci sia ancora tutta questa disinformazione a riguardo? É possibile trattare una tematica delicata come quella dell’interruzione di gravidanza con tale violenza e superficialità? É possibile, inoltre, che ci sia davvero qualcuno che voglia eliminare il nostro legittimo diritto all’aborto riportandoci nel medioevo?

Evidentemente si, ed è un problema bello grosso.

In Italia, da quasi 40 anni, esiste la legge 194 che garantisce il diritto alla “procreazione cosciente e responsabile”. In altre parole, la donna è libera di scegliere se portare a termine la gravidanza o interromperla. Nel nostro paese, però, abortire non è così semplice come vogliono farci credere i “movimentisti” poiché la 194 sta diventando purtroppo una legge fantasma.

Quella che dovrebbe essere una scelta garantita dallo Stato si sta trasformando in un calvario, tra carte da far firmare e medici obiettori. L’obiezione di coscienza, infatti, sta raggiungendo numeri mai visti, al Nord come al Sud e il problema continuerà a crescere a causa del ricambio dei medici; man mano che la vecchia guardia va in pensione iniziano a sparire i medici disposti a dedicarsi a questa pratica. A questa situazione già drammatica si aggiunge la chiusura dei consultori, per non parlare poi del Sistema Sanitario Nazionale sempre più scadente: con le leggi sui tagli e sugli accorpamenti purtroppo sempre più punti nascita (con relativi reparti di ginecologia e ostetricia) vengono chiusi e la possibilità di abortire diventa sempre più un miraggio in diverse parti d’Italia. Ed ecco allora che per molte donne inizia un’odissea tra porte sbattute in faccia, pellegrinaggi tra le varie città o addirittura regioni per trovare medici non obiettori, prenotazioni, giornate perse a fare la fila, spesso per non ottenere nulla, con la gravidanza che si spinge sempre più in avanti, spesso superando anche i tempi entro cui l’interruzione è permessa (tempi già di per sé molto stretti, e tra i più bassi per quanto riguarda il diritto all’aborto nell’Unione Europea).

Il problema dell’obiezione di coscienza è ben più grande di quanto si possa immaginare: per sottoporsi a un aborto non c’è bisogno solo di un medico, ma anche di un anestesista, un ferrista e un infermiere che non siano obiettori.

Spesso poi l’aborto è l’ultima spiaggia: moltissimi casi infatti potrebbero essere evitati con la contraccezione di emergenza. Ma ecco che anche qui compare il problema dell’obiezione e della poca “informazione dei farmacisti italiani”.

Dal 9 maggio 2015 le maggiorenni possono acquistare in farmacia EllaOne, la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo, senza ricetta medica e senza dover eseguire un test di gravidanza. Il problema dell’obiezione si presenta poiché sono in molti a considerare ancora questa pillola abortiva. Ma non è così e lo si può leggere anche sulla scatola: il farmaco ritarda il periodo dell’ovulazione di alcuni giorni, abbassando il rischio di rimanere incinta; pertanto non si tratta di un farmaco abortivo, ma a tutti gli effetti di un farmaco anticoncezionale. Ora, il problema è che molti farmacisti continuano a chiedere la ricetta, rifiutandosi di vendere il contraccettivo. Ed ecco il serpente che si morde la coda: i farmacisti chiedono la ricetta, per la ricetta ci vuole un medico, il medico non deve essere obiettore e la trafila riparte.

Ragazze che state leggendo, sappiate che rifiutarsi di vendere un farmaco anticoncezionale appellandosi all’obiezione di coscienza in merito all’aborto costituisce reato, ai sensi del Regio Decreto 30/09/1938 n. 1706 e dell’Art. 328 del Codice Penale e che, dunque, almeno questo problema può essere combattuto da chiunque.

Ma torniamo a gamba tesa sul tema dell’aborto.

Con la Legge 194 del 1978 si è stabilito che in Italia una donna può effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni e se è un aborto terapeutico entro il secondo trimestre. Dopo il colloquio il medico rilascerà un certificato e ci sarà una pausa di riflessione di sette giorni, proprio per valutare con calma se fare l’interruzione o se c’è qualche ripensamento. Se si è minorenni bisogna essere accompagnati da un genitore, oppure nel caso in cui non ci siano i genitori o non li si voglia informare, è l’assistente sociale che si dovrà rivolgere al giudice dei minori, per far sì che quest’ultimo rilasci un certificato per l’autorizzazione all’aborto.

È possibile scegliere se eseguire l’intervento in anestesia generale o locale; di solito il metodo più usato è quello di Karman che prevede l’aspirazione del contenuto presente nell’utero e di un leggero raschiamento di pulizia. No, non si tagliuzzano via bambini già formati, mi dispiace per voi amanti dell’horror.

Un altro metodo abortivo è quello farmacologico con la pillola RU-486, un trattamento che causa il distacco del feto dall’utero. La RU-486 non è la pillola del giorno dopo di cui sopra, ma è una pillola che consente di abortire farmacologicamente ed è alternativa all’intervento invasivo vero e proprio. Ma le regole burocratiche ne rendono quasi impossibile l’utilizzo: solo in alcune regioni si procede in day hospital, per il resto è prevista una degenza di tre giorni e inoltre, a differenza degli altri Paesi europei, esiste l’obbligo di prenderla entro 7 settimane (e non nove) e di far trascorrere una “pausa di riflessione” tra la richiesta e l’assunzione. In pratica, il metodo meno invasivo e pesante per la donna, è anche quello più limitato ed ostracizzato. Bene.

Ricapitolando: in Italia l’aborto è tutelato dalla legge, eppure é possibile farlo solo in 6 strutture pubbliche su 10. La causa? Torniamo a ripeterci: il numero altissimo di ginecologi obiettori che rendono l’IVG un percorso ad ostacoli in cui anche la geografia ha un peso. La media nazionale dei medici obiettori di coscienza nel nostro Paese ha raggiunto il 70%, con picchi di oltre il 90% (Molise, Trentino Alto Adige e Basilicata). La Regione Lazio finora è stata l’unica a indire il concorso per i medici non obiettori per tutelare questo diritto. La richiesta di abortire per una donna non dovrebbe essere trattata come una lotteria che dipende dalla fortuna della paziente o dal posto dove vive.

Infatti, secondo i dati del Ministero della Salute, quasi il 10% delle italiane non riesce ad abortire nella propria regione. Una situazione che nel 2016 è costata al nostro Paese un richiamo da parte del Consiglio d’Europa per “violazione del diritto alla salute e discriminazione dei medici non obiettori” dopo una denuncia presentata dalla CGIL.

La Società Italiana Ginecologia e Ostetricia denuncia poi che chi pratica aborti in ospedale spesso viene isolato dai colleghi. A volte la linea viene dettata dal Primario: se è obiettore, più frequentemente sarà circondato da colleghi obiettori. In altri casi invece è una scelta per facilitarsi la vita: occuparsi di IVG non ha ricadute positive sulla carriera, né da adito a particolari riconoscimenti economici.

La difficoltà di accesso ai servizi IVG in Italia ha un’ulteriore conseguenza: tante donne scelgono di andare all’estero o ricorrono agli aborti clandestini, tornati al centro del dibattito nel gennaio 2017 per un decreto legislativo che punisce con multe dai 5mila ai 10mila euro le donne che vi si sottopongono. I dati più recenti fanno riferimento al 2012 e stimano dai 12000 ai 15000 “aborti nascosti”, spesso praticati dalle fasce più deboli come le straniere immigrate e le prostitute. Anche se non esistono più le faccendiere di un tempo che praticavano aborti casalinghi in ambienti non sterili, queste interruzioni di gravidanza clandestine continuano ad essere praticate con farmaci facilmente reperibili sul web: pochi secondi di ricerche sono sufficienti per trovare e-pharmacies illegali che vendono medicinali senza bisogno della prescrizione medica. Secondo la piattaforma legitscript.com ne esistono 35.610 in tutto il mondo, il 95% delle quali è illegale. E come se così non fosse già abbastanza semplice, basta affinare un po’ la ricerca e digitare le parole chiave ‘Abortion kit’ ed ecco qua che escono e-pharmacies dedicate esclusivamente a questo.

Un’altra conseguenza dell’iter ad ostacoli per ottenere una IVG riguarda il “dopo”: per quanto il senso (ingiustificato) di vergogna che circonda l’aborto stia diminuendo, ancora oggi continua ad essere un bivio doloroso nella vita di una donna. Alcuni consultori offrono incontri a distanza di settimane e mesi con una psicologa, ma non tutte le strutture sanitarie e ospedaliere offrono questo servizio. E molte volte chi abortisce preferisce non parlarne più; ma la solitudine aggrava la ferita profonda che l’interruzione porta con sé che si può manifestare anche a distanza di anni come depressione, isolamento o paura nel costruire una nuova famiglia.

Ora, di tempo ne è passato dal 1978, le cose certamente sono cambiate, ma ancora si discute sulla legge 194 e continuano le manifestazioni dei pro-vita addirittura tese a raccogliere le firme per un referendum abrogativo della stessa. A questo si aggiunge che gli obiettori nel nostro paese continuano a esserci e ad esercitare un potere che non dovrebbero avere, l’aborto clandestino sta tornando in uso tra le fasce più deboli, soprattutto tra le donne straniere, e chi di dovere fa finta di nulla. Ma noi non possiamo permettere che la situazione peggiori ulteriormente.

Nella Direzione Nazionale GD svoltasi a Catania in occasione della Festa Nazionale del Partito Democratico nell’estate 2016, i Giovani Democratici delle Marche presentarono all’assemblea alcune proposte, ampliate poi grazie a Organa, che vorrei potessero essere fatte proprie dal Partito Democratico e in primis dal futuro Segretario del Partito:

1) Bandi d’assunzione con pari quote per medici obiettori e non obiettori all’interno degli ospedali pubblici, e bandi d’assunzione riservati a medici non obiettori per i consultori.

2) Deroga del blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

3) Concorsi pubblici riservati ai medici non obiettori come già in uso nella sola Regione Lazio.

4) Utilizzo di ginecologi “a gettone” – mobilità dei ginecologi dove c’è il pericolo di interruzione del servizio.

5) Differenziazione economica tra medici obiettori e non: una volta preso atto che l’obiezione di coscienza impedisce, de facto, ad un medico di garantire gli stessi servizi lavorativi per cui viene pagato un medico non obiettore, si potrebbe pensare ad una differenziazione economica per le due figure, con un bonus economico a prestazione per medici che praticano IVG. Tale soluzione non risulterebbe in uno scompenso economico per i medici obiettori. In questo modo, si troverebbe anche una soluzione (seppur temporanea) alla discriminazione di stampo economico e lavorativo denunciata più volte dal Consiglio d’Europa per l’Italia.

6) Differenziazione delle strutture mediche: sul modello del National Health Service del Regno Unito, una suddivisione dei centri ospedalieri in abortivi e natali potrebbe migliorare la situazione. In particolare, sarebbe d’auspicio la progettazione di almeno un centro abortivo in ogni ASL, dove venga richiesto che il personale medico non obiettore non sia mai inferiore al 50% ad ogni turno lavorativo per ogni tipo di specializzazione, e dove la mobilità sia limitata ai medici obiettori in surplus da tali strutture a strutture ospedaliere natali.

7) Potenziamento e rilancio del corretto funzionamento dei consultori pubblici. Riteniamo che ad essi in tutta Italia debba essere riconosciuto e garantito il ruolo, fondamentale, di assistenza alle donne che si rivolgono a loro; il ruolo di punto focale di informazione per tutte le pratiche necessarie all’accesso all’IVG, burocratiche o mediche che siano; il ruolo di promotori della salute della donna. Ai consultori, inoltre, potrebbe essere demandato il compito di fare corretta informazione sulle pratiche abortive, a livello medico e culturale, per le donne provenienti da Paesi extracomunitari, per evitare l’attuale abuso di ricorso reiterato all’IVG o all’aborto farmacologico “fatto in casa”. Sarebbe inoltre opportuno far assistere la donna che ricorre all’IVG da un team di specialisti (ginecologi, ostetrici, chirurghi, psicologi, ecc), il quale possa garantirle il corretto svolgimento della preparazione, dell’operazione, e del decorso della procedura abortiva.

8) Somministrare la RU-486 in consultorio in tutta Italia come proposto nel Lazio, sperimentazione che però deve essere a nostro avviso ampliata e migliorata partendo da una profonda revisione della “struttura consultorio”, poiché se esigenze particolari possono richiedere un regime di ricovero ordinario anche nei casi di IVG farmacologica, i consultori ad oggi non sono assolutamente in grado di garantire un tale servizio.

9) Promozione di corsi di educazione alla sessualità, all’affettività e alle differenze di genere e alla prevenzione nelle scuole.

Queste proposte sono nate dalla profonda convinzione che i fattori determinanti dell’agire politico debbano essere la ricerca del bene collettivo da un lato e l’evidenza scientifica dall’altro e oggi in Italia entrambe risultano negate. Allora ritengo che in uno Stato laico questa situazione di difficoltà per le donne nell’accesso ai servizi di interruzione della gravidanza è una sconfitta perché significa che la legge 194 non viene in realtà pienamente tutelata.

Di passi in avanti per garantire effettivamente questo diritto a tutte le donne che lo scelgono ne restano ancora molti da fare, a partire da una seria riflessione sull’opportunità di mantenere oggi l’obiezione di coscienza. Perchè la maternità non è un traguardo o un punto di realizzazione dell’essere donna, ma una scelta e come tale deve essere trattata.

Perchè la politica non è un semaforo.

Perchè la politica non è un semaforo.

di Dario Corallo
Ok, titolo strano, ma vi giuro che alla fine avrà un senso.
Ho letto ieri della protesta delle compagne di Towanda Dem che lamentavano l’assenza di candidati donne alla Segreteria.
Dato che i nostri dirigenti non riescono a guardare più in là del proprio naso, scommetto che adesso Nicola Zingaretti annuncerà il ticket con una donna per fare la parte di chi è aperto e attento. Quello che non capiscono è che queste cose possono bastare solo a chi nel partito ci vive e si accontenta dei “segnali”.

Invece che candidare una donna solo per “dare un segnale” si dovrebbero avanzare proposte concrete per un eguale coinvolgimento delle donne in tutti gli aspetti della vita sociale e non solo nella rappresentanza. Dai congedi di paternità paritari alla parità salariale, il fulcro deve essere quello di combattere al fianco delle donne con l’obiettivo di conquistare l’uguaglianza e, dunque, la libertà per tutti.
Questo dovrebbe essere fatto con ancora più forza davanti a un governo maschilista che, invece, ha abolito il congedo di paternità, che vorrebbe veder lavorare le donne fino al nono mese di gravidanza o che porta avanti la legge Pillon.

Oppure si parla se allearsi o no con il M5S: discussione inutile dato che non ci sono elezioni nazionali all’orizzonte.

Continuando a cercare di mettere toppe con la battuta giusta in cerca di consensi interni, i nostri dirigenti dimostrano di non aver capito quanto sia messo male oggi il Partito Democratico e la tutta sinistra italiana.

Tutta fuffa che nasconde la totale assenza di pensiero.
Non sia mai che proviamo ad affrontare un problema di petto.
Provo a scommettere chi sarà il ticket di Zingaretti: donna, contro l’alleanza con il M5S e pure commissaria alla ricostruzione dopo Errani, così teniamo dentro anche chi ha vissuto il dramma del terremoto, senza affrontare il fatto che dovremmo invece batterci per far prorogare la legge 189/2016 che istituiva lo stato di emergenza.
Invece ci preoccupiamo di coprire tutte le categorie senza, in realtà, affrontare nulla.
E non ditemi che non serve un #resetPD.
Io alle compagne di Towanda chiedo una mano nel portare avanti proposte come quelle di cui sopra per permettere non una candidatura a un congresso, ma per porre le basi per una partecipazione piena di tutte le donne alla vita sociale, politica ed economica del Paese.
Perchè la politica deve fare battaglie, non dare segnali: per quello bastano i semafori.
Ci state?

Fino alla fine

Fino alla fine

di Federica Ceccarelli

In un paese in cui si fanno sempre meno figli, la necessità di trovare forme di sostegno alla genitorialità è un tema inevitabilmente spinoso. Se poi si aggiunge una compagine di governo che annovera fra le proprie fila personalità notoriamente “poco amiche dei diritti delle donne”, per così dire, la questione si fa ancora più complicata. Che il pacchetto famiglia, firmato dal ministro Fontana (sì, quello che ce l’ha con i gay, con i migranti, con gli atei, con i progressisti, insomma un po’ con chiunque non sia un uomo bianco cattolico ed eterosessuale), non avrebbe portato sospiri di sollievo per le femministe, era cosa chiara già da qualche tempo; l’emendamento in materia è stato ora approvato in commissione Bilancio della Camera.

Esso prevede la possibilità per le donne di rimanere al lavoro fino al nono mese, eliminando l’obbligo di congedo per gli ultimi giorni di gravidanza, come attualmente in vigore. Per fare ciò, sarà necessario un certificato medico (perché anche durante la dolce attesa non si perda l’abitudine alle burocrazie), che attesti l’assenza di possibili complicazioni per la salute della neomamma e del nascituro. Di conseguenza, sarà possibile usufruire dei cinque mesi di congedo interamente nel periodo successivo al parto. Magari il ministro pensa che essere al nono mese di gravidanza sia qualcosa di simile al gonfiore post-birra.

Il nucleo della questione è il seguente: nella situazione attuale la maternità, per le donne lavoratrici, è ancora considerata un handicap (ma sarà un caso che Fontana sia ministro per la famiglia e la disabilità?). Ma non è rendendola invisibile e silente che si potrà risolvere questa questione. Le istanze leghiste non sono che una strategia per simulare l’appianamento delle diseguaglianze. Al governo non hanno chiara la distinzione sociologica fra caratteristiche di genere e caratteristiche di sesso: che la donna partorisca, e che il parto sia un evento delicato per la salute dei due individui coinvolti, è un dato biologico. Con l’emendamento in questione si cerca di mascherarlo, come se le donne, per conseguire la parità, debbano rinunciare alle proprie peculiarità sessuali e sanitarie. Lo stereotipo di genere per cui lavoro e maternità sarebbero in conflitto, non solo non viene intaccato, ma anzi rafforzato.

Loredana Taddei, commissario CGIL per le politiche di genere, ha parlato di un “colpo ai diritti delle donne e alle loro tutele”. È un provvedimento che non garantisce maggiore protezione, al contrario; per le donne giovani e precarie, rappresenta l’ennesima goccia in un vaso già strabordante, fatto di timori legati alla sfera della maternità. Viene da chiedersi se chi ha pensato questa normativa sia in buona fede o meno, perché la maternità delle lavoratrici non sarà di certo agevolata. Ma forse quello che sogna Fontana, più che la libertà per le donne di lavorare ed essere madri allo stesso tempo, è che esse abbandonino il mondo del lavoro e cedano il posto ai colleghi maschi. Altrimenti perché non puntare su qualcosa di più rispettoso ed inclusivo?

Angherie, intimidazioni e ricatti non sono rari. La quotidianità di molte lavoratrici precarie è fatta anche di questo, oltre che di stipendi più bassi, lavoro extra e una vasta gamma di pregiudizi. Una simile manovra non fa che aggravare la situazione. Così alle consuete domande da colloquio di lavoro (“figli o carriera? Hai intenzione di diventare madre in futuro? Se scoprissi di essere incinta nel periodo di contratto, che faresti?”), potremo aggiungere: “in caso di maternità, sarai abbastanza zelante da venire al lavoro fino alla fine?”.

Care ragazze, scrivetelo nel curriculum: in caso di gravidanza, disponibile fino al nono mese. Del resto, trovare un medico che firmi il certificato sarà un gioco da ragazze.

Quella notte che la Thyssen bruciò

Quella notte che la Thyssen bruciò

di Alice Arena

A Torino quella sera di undici anni fa faceva un freddo cane. Un freddo umido, tipico di quelle serate di dicembre che a Torino sono già molto più invernali che autunnali. Un freddo che condensa il fiato che quando ero bambina mi divertivo a dire che usciva il fumo dal naso.

Per me, ancora dopo tanto tempo, quella notte tra il 5 e il 6 dicembre è il ricordo di una nuvola di fumo nero che a contatto con l’aria fredda diventa pesante e avvolge tutto, è quell’odore acro che brucia in gola e fa lacrimare gli occhi, è il rumore incessante di ambulanze e sirene che squarciano la sera e ti dicono senza ombra di dubbio che sta succedendo qualcosa.

Undici anni fa non abitavo vicino allo stabilimento della Thyssenkrupp ma il fumo, l’odore e il rumore si sparsero in fretta sulla parte nord della città, così come l’orrore nell’apprendere ciò che era successo.

Un incendio nello stabilimento di corso Regina. Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5, una fuoriuscita di olio bollente che prende fuoco investe gli operai. Le ambulanze li portano in ospedale tutti e sette.

Antonio Schiavone muore alle 4 del mattino. Muoiono tra il 7 ei 30 di dicembre Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Sono nomi che andrebbero scolpiti nella memoria di questa città, nella sua storia operaia, nelle tante ingiustizie che la classe lavoratrice ha subito e nelle colpe di chi avrebbe potuto evitare che succedesse

Ricordo una manifestazione silenziosa, con migliaia di persone scese in piazza, un corteo che a ripensarlo oggi vengono ancora i brividi. Perché faceva freddo, perché l’odore acre non era ancora andato via, perché il giorno della manifestazione alcune di quelle persone erano ancora vive, perché camminavamo in una città ferita e sconvolta.

Non ricordo nella mia vita un momento in cui all’unisono tutta Torino fosse, tutta insieme così triste e arrabbiata.

Con il passare dei giorni le notizie, gli approfondimenti le dichiarazioni ci resero sempre più chiaro che quello della Thyssenkrupp non era stato un incidente, una fatalità, una cosa imprevedibile e inevitabile: estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato operai che lavoravano ininterrottamente da 12 ore.

Lo stabilimento di Torino era in via di dismissione e l’azienda non ha ritenuto di dover fare investimenti sulla sicurezza dei lavoratori, questo è quello che le sentenze hanno confermato, questo è il motivo per cui sette persone hanno perso la vita in un modo orribile.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. Nel 2008 è stato chiuso in anticipo sulla data prevista. Oggi i due amministratori tedeschi condannati per quelle sette morti vivono la loro vita tranquilli in Germania.Nelle settimane dopo il rogo, qualunque esponente politico che interveniva sull’argomento diceva una cosa semplice: “mai più”. Era un impegno solenne, un dovere morale, e invece…

E invece erano gli stessi “Mai più” che avevano detto quella stessa estate, dopo che Mario Ricca, Valerio Anchino, Massimo Manuello, Marino Barale e Antonio Cavicchioli persero la vita, il giorno della tragedia del Molino Cordero vicino a Cuneo.

Gli stessi che ci ripetiamo da decine di anni ogni volta che l’evento è talmente grande che proprio non è possibile voltare la faccia da un’altra parte. Gli stessi che diciamo quando l’INAIL tira fuori i dati che ci dicono che sono 713 nei primo 8 mesi del 2018 i morti sul lavoro.

L’anno della Thyssen furono 1207 i morti sul lavoro. Nella legislatura che iniziò nel 2008 venne eletto, nelle fila del Partito Democratico l’unico sopravvissuto del rogo, ha lavorato nei banchi della commissione lavoro e senza che nessuno lo sappia, senza che il partito del “ma anche” desse mai risalto a questa cosa, ha lavorato per limitare in tutti i modi i danni che la legge sulla sicurezza sul lavoro prodotta in quegli anni dal governo di destra avrebbe creato.

Oggi, nell’anniversario di quel rogo, una torinese militante del PD scrive questi ricordi e queste riflessioni perché vorrebbe che il suo partito, in luogo dei “mai più” che non sa se potrà mantenere, dicesse una cosa chiara: “Di lavoro non si può morire e il partito democratico sarà sempre dalla parte dei lavoratori che lottano affinché le norme sulla tutela del lavoro siano ferree e rispettate e condannerà sempre quei politici e quegli imprenditori che sono disposti a rischiare la pelle lei lavoratori per qualche misero e sporco euro di più”

Chissà magari resettando il PD…