CHI SIAMO

So che ti aspetti un programma, fatto di proposte concrete. Ridurre le tasse sul lavoro, aumentarle sulle rendite finanziarie, stabilizzazioni, investimenti.

Non ti diremo nulla di tutto questo.

Quella partita, dove noi abbiamo portato le nostre proposte e le nostre idee, c’è già stata e su queste è arrivato il giudizio senza appello del popolo italiano.
Quel risultato ci impone una riflessione che deve andare al di là di ogni possibile pregiudizio e superare anche la buonafede con cui abbiamo condotto negli anni la nostra militanza.
Dire che in questi anni di governo abbiamo fatto tutto bene e che, quindi, la responsabilità della nostra sconfitta il 4 marzo è da attribuire agli elettori è un errore di analisi. Le tante cose fatte (e che i nostri dirigenti continuamente rivendicano) evidentemente non hanno risposto alle esigenze del Paese o hanno risposto male.

Insieme al gruppo di ragazzi con i quali ho deciso di lanciarmi in questa avventura penso che il problema sia di linea politica e di struttura.

Il problema della linea politica è semplice: non c’è e non c’è stata. Si è fatto e disfatto tutto in favore della tattica e ci si è dimenticati di guardare a che Paese avevamo in testa.
Questo non è accaduto solo negli ultimi 4 o 5 anni, ma negli ultimi 20 o 30.
Per dirla con parole antiche, abbiamo abbandonato l’etica dei principi per sposare l’etica della responsabilità.

Questo è andato avanti per anni fino ad arrivare alla situazione presente in cui ci troviamo senza neanche il ricordo di quali fossero i princìpi cui ispirarsi e, allo stesso tempo, senza nessun ruolo in cui dover essere “responsabili”.
E in questa situazione più che mai ci sarebbe bisogno di incontrarsi e discutere con i nostri dirigenti, da pari a pari, per capire come venirne fuori. Dovremmo riuscire a parlare di tutto, senza tabù e senza dogmi ma con un solo obiettivo: combattere le diseguaglianze.

Qui nasce il vero problema: quei luoghi per discutere non ci sono. Ci sarebbero, ma purtroppo sono luoghi completamente slegati dalla “testa”.
Questi luoghi sono i circoli, vere e proprie orecchie sul territorio che dovrebbero essere in grado di riferire in alto quanto accade nella società. Eppure non c’è alcun modo di comunicare dal basso verso l’alto. Vediamo sempre più spesso dirigenti che quelle poche volte che vanno nei territori, lo fanno per intervenire e andarsene un secondo dopo. Arrivano con discorsi già pronti dove parlano di qualche tema caro a quella singola sezione, poi se ne vanno.

Noi abbiamo voluto credere alla buona fede e lo abbiamo fatto per amore di una comunità e di un Partito che porta con sé migliaia di storie di donne e di uomini che hanno dedicato tutta la propria vita a un’idea: quella di un mondo più giusto.

È qui che si rende evidente il secondo problema: la struttura.

Il Partito Democratico nasce con delle contraddizioni intrinseche che non sono state mai risolte, già a partire dal nome.

Cosa vuol dire “Democratico”? Siamo democratici nel senso che promuoviamo la democrazia o lo siamo perché scegliamo democraticamente la linea politica e i gruppi dirigenti al nostro interno?
La verità è che in questi anni non abbiamo fatto nessuna delle due cose.
Escluso il Segretario nazionale, eletto attraverso le primarie, nessun altro dirigente a nessun livello viene eletto.

Lo stesso vale per la linea politica: abbiamo detto che non ce n’è una chiara e condivisa, ma anche sui singoli temi, quando siamo stati chiamati a dare il nostro parere? Mai. Quando è stato applicato lo strumento previsto dallo statuto del Referendum tra gli iscritti? Mai. Ci sono temi sui quali abbiamo sostenuto una posizione e poi la posizione opposta tutto per decisione di un gruppo dirigente senza che gli iscritti avessero alcuna voce in capitolo.
Penso allo “ius soli” sul quale abbiamo fatto una lunga battaglia con ogni mezzo per poi decidere, all’ultimo momento, che forse non era il caso di votare. Avremmo potuto perdere – è vero – ma questo lo sapevamo ancora prima di iniziare. Questo ci ha fatto perdere credibilità e ha costretto molti di noi militanti nei territori a dover sostenere tesi opposte a distanza di pochi mesi.

E intanto la destra cresceva, grazie a una linea politica chiara e una strategia ben precisa.

È arrivato il 4 marzo e si è aperta la possibilità di un dialogo con il Movimento 5 Stelle. In una democrazia parlamentare funziona così. Poi magari (anzi, probabilmente) il dialogo si sarebbe chiuso con un nulla di fatto, ma il dialogo con una forza che ha vinto le elezioni è non solo un dovere politico, ma perfino un valore.
Quello che è accaduto invece lo ricordiamo tutti: una campagna online a colpi di hashtag per far fallire quel dialogo. Sì, perché ormai il luogo di discussione sembra essersi spostato su internet, dove masse di militanti ormai sordi e ciechi danno la propria opinione senza dover ascoltare o leggere quella degli altri.
Ciò avviene perché questo o quel dirigente capisce che una certa scelta non conviene alla sua “carriera” e chiede ai propri fedelissimi di iniziare a scrivere post, mandare email, chiamare, inviare messaggi. Il tutto per salvare il capo. E questo vale per la maggioranza e per la minoranza del Partito.
Questi due blocchi da anni si sfidano ai congressi e chi vince è convinto che il proprio compito sia comandare. Ciò che dimenticano è che “dirigente” viene da dirigere e che chi comanda, invece, si chiama “comandante”.

Da anni ci troviamo incastrati in una situazione paradossale fatta di due macro blocchi che si scontrano senza sosta: da una parte un gruppo di persone che scimmiottano i “liberals” americani e, dall’altra, un gruppo di persone che rimpiangono un passato che non conoscono ma che rivendicano come proprio.
E il Partito procede per inerzia. Le sezioni si sono svuotate e tanti iscritti hanno deciso di abbandonare la propria militanza perché non trovavano più il senso di appartenenza a una comunità.

Davanti a questo crollo, i nostri dirigenti hanno preferito fare finta di nulla, mettendo in campo una doppia menzogna: da una parte ci è stato nascosto il dato sul tesseramento, ancora fermo al 2016; dall’altra ci è stato detto che quelli che se ne erano andati lo avevano fatto per seguire i fuoriusciti di LeU o di SI e che quindi erano da considerare ormai estranei.
La base, in buona fede, si è divisa seguendo dirigenti che avevano un solo obiettivo: mantenere la propria posizione. E quello che non ci è stato detto è che la maggior parte degli usciti non è andato in un altro partito, ma, semplicemente, è rimasto a casa.
Questo non è solo un fatto individuale, ma una perdita drammatica per tutti perché ogni volta che una persona decide di lasciare la militanza politica attiva, un pezzetto di democrazia muore.

La sfida che abbiamo davanti è proprio questa: costruire il mai nato Partito Democratico.

Un partito in grado di coinvolgere i cittadini nella vita politica del Paese, promuovendo la partecipazione e la condivisione su questioni locali, nazionali e internazionali.
Dobbiamo farlo senza tabù e senza paura del dissenso, ma con una semplice certezza: che l’emancipazione economica e sociale dei più deboli passa per l’ottenimento del potere politico.

Non è possibile che l’essere cittadini oggi si riduca nel pagare le tasse e mettere una croce su un foglio di carta ogni 5 anni.

Serve ascolto vero, condivisione e ragionamento collettivo.
Per fare questo è necessario rimettere in discussione tutto e che venga rimosso ogni ostacolo alla creazione del Partito Democratico: uno statuto pensato male e scritto peggio e un gruppo dirigente che ha tradito il compito di rinnovamento che gli era stato affidato nel 2007 con la fondazione del Partito. Da allora a oggi, nonostante le varie promesse di rottamazione, di ricambio generazionale, di nuove modalità di selezione della classe dirigente, non è cambiato assolutamente nulla. Perché dietro alla sciocchezza di “mandare via i vecchi” per anni è stato nascosto quello che era il vero obiettivo, ovvero diventare come loro.
Oggi ci troviamo con un gruppo dirigente che ha fallito, con una società più ingiusta, con una forbice sociale sempre più larga e con sempre meno mezzi a disposizione per invertire lo stato delle cose.

Per farlo bisogna rifondare il Partito.

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